Gli Etruschi non sono soltanto quelli delle tombe, delle ceramiche e di una lingua che ancora resiste alla nostra ostinazione di volerla decifrare. Sono anche un’invenzione moderna: un’immagine dell’Italia antica che, tra Ottocento e Novecento, è stata studiata, celebrata, trasformata in simbolo e perfino piegata alle esigenze della politica e dell’ideologia. È questa storia, meno conosciuta e forse proprio per questo più sorprendente, che Stefano Bruni ricostruisce nel volume Gli Etruschi e la cultura italiana dal Re Buono alla presidenza Einaudi, pubblicato da Edizioni ETS nel 2026. Il libro segue il destino dell’immaginario etrusco dall’età di Umberto I fino al secondo dopoguerra, attraversando archeologia, arte, letteratura, musica e cultura politica.
A discuterne, il 30 settembre alla Fondazione Luigi Rovati di Milano, ci sarà anche Maurizio Harari, ghisleriano, archeologo e uno dei massimi studiosi italiani di Etruscologia e antichità italiche. Professore ordinario all’Università di Pavia fino al 2024 e oggi docente a contratto allo IUSS, Harari ha dedicato una parte importante della sua attività scientifica non soltanto alla civiltà etrusca, ma anche alla fortuna dell’antico nella cultura occidentale, con particolare attenzione al Risorgimento e all’età dei totalitarismi.
L’incontro nasce anche nel solco del dibattito suscitato dalla mostra Etruschi del Novecento e sarà una conversazione tra due etruscologi attorno a un interrogativo tutt’altro che archeologico: che cosa abbiamo fatto degli Etruschi dopo averli riscoperti?
Professor Harari, il libro di Stefano Bruni racconta un paradosso affascinante: gli Etruschi appartengono a un passato remotissimo, eppure tra la fine dell’Ottocento e il Novecento diventano una presenza fortissima nella cultura italiana, dall’archeologia alla pittura, dalla letteratura alla musica, fino alla politica. Perché proprio gli Etruschi hanno avuto questa straordinaria capacità di diventare uno specchio nel quale l’Italia moderna ha cercato se stessa?
«La fortuna degli Etruschi presso i moderni, sebbene variamente declinata, si propone con continuità dalla metà del Cinquecento – con la scoperta dei tre grandi bronzi medicei (Minerva, Chimera e Arringatore) – fino ai nostri giorni – la mostra Etruschi del Novecento risale al 2024-25, e dal luglio scorso gli affreschi della Tomba François sono finalmente esposti al pubblico del Museo di Villa Giulia. Di fatto, anche a non voler considerare il caso specifico della civiltà etrusca, l’interesse per quella che chiamiamo l’antichità classica non si è mai interrotto, per lo meno nel mondo europeo e occidentale. E’ però vero che, nella storia culturale italiana e specialmente in quella dell’Italia post-risorgimentale, il tema etrusco ha occupato una posizione di particolare rilevanza, suscitando tutto un ventaglio di percezioni, rivisitazioni, interpretazioni, usi e riusi spesso fortemente connotati in senso ideologico. Riassumendo in forma interrogativa: se Roma poteva rappresentare il precedente (sebbene addirittura dilatato a dimensione imperiale) di un’Italia nazione unitaria, dopo la lunga stagione dei piccoli stati, come configurare la relazione della stessa Roma con gli Etruschi che, parlando una lingua lontanissima dal latino e forse discendendo da preistorici immigrati, una parziale unificazione della Penisola l’avevano pur già realizzata? Gli Etruschi diventano così lo “specchio” da lei opportunamente evocato, in cui non una sola, ma più Italie, per così dire, vennero almeno potenzialmente a riflettersi, entro la cornice dei grandi temi della politica nazionale, nel periodo compreso fra il regno di Umberto I e gli esordi della Prima Repubblica – come recita il titolo scelto dall’amico Stefano Bruni per il suo bellissimo libro».
Nel volume emerge anche il lato più politico di questa appropriazione dell’antico: l’immaginario etrusco viene utilizzato, in epoche diverse, per costruire identità, miti e narrazioni del potere. Dove passa il confine tra la legittima rilettura del passato e la sua trasformazione in strumento ideologico? E quanto è cambiato, nel tempo, il modo in cui guardiamo a quegli stessi simboli?
«Non c’è niente di male nel confronto con l’antico (con qualunque antico) e nella sua riappropriazione da parte dei moderni, che ovviamente vi cercano temi, visioni, esperienze emotive rimodellabili secondo la percezione del proprio tempo. Il vero significato dell’aggettivo ‘classico’ è, in fondo, questo: classico è tutto ciò che, dalla sua distanza temporale, ancora parla all’intelligenza e al cuore dei moderni. L’osservazione vale per gli Etruschi come per i Greci o i Romani (o gli Egizi, perché no?). La riappropriazione dell’antico mi sembra dunque un fenomeno fisiologico, nella storia della cultura, e molto apprezzabile, in quanto attivatore di nuovi prodotti culturali. Altra cosa è la propaganda politica nella sua accezione più triviale, che ha bisogno di mitologie e, quando non riesce a inventare le proprie, ricorre a parole d’ordine, a narrazioni, a icone visuali prelevate – di solito non senza patenti contraddizioni – da un passato avvertito come prestigioso e fondativo. Tuttavia attenzione: la propaganda si alimenta di spesso fastidiose strumentalizzazioni; ma, in quanto fenomeno storico, merita comunque di essere esplorata e ricondotta – tale è il mestiere dello storico – alle sue fonti, per destrutturarla, infine, e renderla inattuale.
E questa è un’operazione che, quando condotta su materiali di derivazione in senso lato archeologica, tocca appunto agli archeologi, accanto e forse prima ancora che agli storici contemporaneisti, e il saggio dell’etruscologo Bruni ne è un ottimo esempio».
Lei sarà a Milano per discutere il libro proprio insieme al suo autore. Su quale aspetto vorrebbe concentrare il suo intervento? E c’è, tra le molte figure e immagini evocate da Bruni — a cominciare dalla Chimera di Arezzo, che nel Novecento diventa una vera icona — un caso che più di altri dimostri quanto gli Etruschi continuino a vivere non soltanto nella storia, ma nell’immaginario italiano contemporaneo?
«Ho per la testa, naturalmente, molti spunti: questo libro è una vera miniera di personaggi, di storie, di episodi sia tragici sia comici e qualche volta tragici e comici nello stesso tempo. Uno spunto interessante potrei indicare nella dialettica, tutta interna al fascismo, tra i Fiorentini dell’Istituto di Studi Etruschi in gestazione, i Bolognesi anzi il Bolognese (Pericle Ducati) e la duplice romanità di un Giglioli, vicinissimo a Mussolini, e di un Nogara, cattolico di stretta osservanza papalina: studiosi di cose etrusche tutti, ma spesso divisi dalla conflittualità accademica (altra costante di lunga durata nella storia politico-culturale italiana). La Chimera di Arezzo, dal canto suo, è probabilmente l’icona etrusca più variamente rifunzionalizzata, nel suo valore simbolico-propagandistico, dai tempi di Cosimo granduca fino al G7 fiorentino del 2017: ne ho trattato anch’io in un breve saggio di due anni fa. Ma il lavoro condotto da Bruni è straordinario per ricchezza di dati e per meticolosità di documentazione, riconoscendo nella Chimera un soggetto-chiave dell’immaginario italiano, onnipresente e duttile, nella costante di una pericolosità da condurre a domesticazione».

