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Premio “Fedeltà a Pavia” al ghisleriano Paolo Mazzarello

Per essere fedeli a una città non basta abitarla ma occorre raccontarla, studiarla e restituirla alla comunità sotto nuove forme. È ciò che Paolo Mazzarelloallievo del Collegio Ghislieri dal 1975 e laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia nel 1980 – ha fatto nel corso di una lunga carriera di medico, storico della medicina, scrittore e docente universitario. Oggi la sua attività continua come docente a contratto presso l’Università e la Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia, come direttore di Kosmos, il Museo di Storia Naturale da lui ideato e concepito come un grande racconto del viaggio scientifico e, soprattutto, come scrittore.

Il prof. Mazzarello ha dedicato molti dei suoi libri alle figure che hanno reso Pavia uno dei principali centri della cultura scientifica europea. Tra i titoli più noti figurano Il Nobel dimenticato. La vita e la scienza di Camillo Golgi (Bollati Boringhieri), Il professore e la cantante. La grande storia d’amore di Alessandro Volta (Bollati Boringhieri, poi Bompiani), L’elefante di Napoleone (Bompiani), Storia avventurosa della medicina (Neri Pozza) e Malaria. Il Nobel negato. Storia di Battista Grassi (Neri Pozza). Attraverso editori di primo piano del panorama italiano, le sue opere hanno portato all’attenzione di un vasto pubblico la grande tradizione scientifica pavese, restituendo nuova vita a protagonisti e vicende che continuano a parlare al presente.

Il Premio “Fedeltà a Pavia” che ogni anno il Lions Club “Le Torri” di Pavia assegna a personalità che hanno contribuito in modo significativo alla vita culturale della città, gli è stato conferito proprio per il legame profondo e fecondo con Pavia. Un rapporto che si esprime attraverso la ricerca, nei libri, nella capacità di raccontare questa città come luogo in cui la memoria del passato continua a generare conoscenza e futuro.

Professor Mazzarello, il premio “Fedeltà a Pavia” celebra un legame profondo con il territorio. Se dovesse ricordare il suo primo ingresso al Collegio Ghislieri nel 1975, quanto di quella “pavesità” accademica e collegiale ha influenzato la sua missione di custode della memoria scientifica della città?

Sono arrivato a Pavia alla fine di ottobre 1975 dopo aver studiato medicina a Genova per un anno. Mi sono subito reso conto di essere in un luogo straordinario: un Collegio, il Ghislieri, che diventava la base di una vita comune, a partire dal refettorio dove imparavi sempre qualcosa di nuovo sentendo i racconti degli studenti delle altre facoltà. E poi le conferenze che facevano toccare con mano la presenza di personalità prestigiose soltanto vagamente immaginate dalla periferia medievale da cui provenivo, sulle bellissime colline dell’Alto Monferrato.

Ricordo una conferenza di Norberto Bobbio, la figura di Edoardo Amaldi nella portineria accanto al premio Nobel per la fisica Felix Bloch, una conversazione con gli allievi del ghisleriano Vittorio Erspamer, scopritore della serotonina, e un’altra del biochimico Noris Siliprandi, anch’egli ghisleriano. Poi la conferenza di presentazione dell’appena fondato giornale “La Repubblica” guidata da Eugenio Scalfari che venne a Pavia con lo stato maggiore della rivista e ancora una conferenza di Renato Dulbecco (fresco vincitore del premio Nobel per la Medicina) nell’Aula dell’Orto Botanico che ospitava l’Istituto di Genetica Biochimica ed Evoluzionistica del CNR.

Erano anni di grande irrequietezza politica, ma la città appariva levigata come le colline dell’Oltrepo e sonnacchiosa come il fiume Ticino che la lambisce. E tuttavia, sotto la superficie, come proprio capita con il Ticino, in maniera carsica, avvertivi una storia magmatica, piena di una ricchezza scientifico-culturale iridescente che non ha paragoni con nessun’altra città lombarda.

Avendo sensibilità e grande curiosità per le vicende umane, ho iniziato già da allora a interessarmi alla storia della scienza e della medicina che ha punteggiato la Pavia del passato. E mi è stato naturale coltivarla dapprima come curiosità, poi con costanza. Le vicende della vita mi hanno portato per un certo periodo a Milano dove ho ottenuto la specialità in Neurologia e il dottorato di Ricerca in Scienze Neurologiche. E proprio dagli studi sul cervello, sotto la guida del ghisleriano Paolo Pinelli, è gemmato in me l’interesse sempre più determinato per la storia della medicina. La neurologia mi ha aiutato a trovare me stesso grazie all’interesse che accese nel mio animo, fin dagli anni del collegio, la figura di Camillo Golgi.  La prima volta che venni a sapere della sua passata esistenza, forse al mio primo anno a Pavia, fu quando ne sentii parlare da due amici, uno più o meno diceva, “sì Golgi ha fatto una grande scoperta, ma non ne aveva capito l’importanza. Il merito degli studi sul cervello va tutto a uno spagnolo Santiago Ramón y Cajal e i due si scontrarono a Stoccolma alla consegna del premio Nobel”. Iniziai allora a tenere sotto osservazione la figura di Golgi sul quale scrissi, con un amico, un breve saggio nel 1988. Poi mi dedicai a uno studio storico sistematico da cui nacque la biografia che gli ho dedicato, dapprima pubblicata a Pavia dal centro per la Storia dell’Università grazie all’anatomo-patologo ghisleriano Enrico Solcia e al neurologo Faustino Savoldi, che divenne successivamente  mio grande amico. Il libro ha  avuto due edizioni della Oxford University Press ed è stato recentemente tradotto in cinese dalla Taiwan National University Press

Mi pare evidente la grandezza assoluta di quanto ha realizzato Golgi. Dalla sua opera sono scaturite le ricerche che hanno portato alle moderne neuroscienze, senza contare l’importanza delle sue scoperte citologiche e infettivologiche. Pur esercitando come neurologo, mi sono immerso sempre più nella storia della medicina e della scienza pavese trovando un’incredibile quantità di vicende straordinariamente affascinanti che fanno capire quanto Pavia sia stata, in certi periodi e come sosteneva il ghisleriano Battista Grassi “il sole della medicina italiana” nei primi cinquant’anni dall’Unità d’Italia.

Ho poi avuto la possibilità di entrare nei ranghi dell’Università come professore, dapprima associato e poi ordinario, di storia della medicina, ma ho continuato a lavorare prevalentemente su scienziati pavesi, convinto che studiare la nostra università significhi, in realtà, occuparsi di momenti centrali della scienza universale. Ne emerge, dal mio punto di vista, una lunga “commedia umana” piena di grandezze e miserie, come tutte le storie, e anche di grandi dolori. Ma le vicende della medicina pavese hanno costituito un osservatorio umanamente interessante che mi ha permesso di vedere gli esseri umani nei momenti di più grande difficoltà, con tutte le reazioni emotive o razionali che situazioni di questo genere comportano.

Dalla valorizzazione delle figure di Golgi, Volta, Spallanzani, Battista Grassi, fino alla rinascita di Kosmos, il suo lavoro ha riportato al centro il patrimonio scientifico pavese. In un tempo in cui spesso si guarda solo al futuro, quanto è importante per una città custodire e reinterpretare la propria storia per continuare a generare conoscenza?

Ho sempre pensato che una città che ha la fortuna di avere una grande storia alle spalle, possiede uno straordinario valore aggiunto da tanti punti di vista, anche in una prospettiva futura. Intanto ciò permette di capire meglio quanto accade oggi, perché una vera conoscenza dei fenomeni (sociali, scientifici, filosofici, etc.) non può prescindere dalla storia. Molti aspetti della società pavese attuale si possono capire soltanto iniziando a guardarne al passato. Poi è questione di valorizzare i luoghi che attraversiamo quotidianamente. Come si visita la casa del Manzoni a Milano, con altrettanta curiosità e passione si possono visitare le esposizioni che conservano gli oggetti legati agli studi di Alessandro Volta che hanno cambiato la nostra vita in profondità, o il laboratorio dove Golgi realizzò molte delle sue scoperte imperiture.

Il punto è capire che la scienza e la medicina sono parte della cultura e che la differenza fra cultura umanistica e scientifica e del tutto arbitraria e non regge alla prova dei fatti. Studiare la scienza – e particolarmente la sua storia – permette di illuminare in profondità le opere letterarie. A me sono capitate diverse occasioni in questo senso, quando ho scoperto che la visita di Lombroso a Tolstoj aveva avuto un effetto imperituro sul romanzo Resurrezione del grande scrittore russo (Il genio e l’alienista. La strana visita di Lombroso a Tolstoj, Bollati Boringhieri), o di quanto per capire l’opera dello scrittore scapigliato Carlo Dossi fosse importante valutare i rapporti – anche epistolari – che questi ebbe con lo stesso Lombroso (Ombre nella mente. Lombroso e lo scapigliato, Bollati Boringhieri, con Maria Antonietta Grignani). Senza contare l’influenza esercitata dallo pneumotorace terapeutico, introdotto a Pavia da Carlo Forlanini, in libri quali La montagna incantata (o magica) di Thomas Mann, o La diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino o, ancora, Memoriale di Paolo Volponi.

Nei suoi libri e nel suo lavoro accademico, Pavia emerge come un luogo in cui la scienza, la cultura e la memoria continuano a dialogare. Quale immagine di Pavia sente di aver contribuito a restituire ai suoi lettori e ai suoi studenti?

Spero di essere riuscito a trasmettere, attraverso i miei racconti storici (che considero saggi, ma anche, sotto tanti profili, romanzi veritieri) la centralità di una piccola città piena di vita intellettuale lungo i secoli, che ha contribuito a formare aspetti fondamentali del mondo contemporaneo in cui siamo immersi.

Pavia è emblema dei progressi conoscitivi possibili con la scienza e la medicina, ma anche laboratorio della condizione umana fatta di trionfi e sconfitte, eroismi e grandi miserie. Se si volge lo sguardo al passato di questa città si incontra una storia che si dipana come una lunga catena o, forse, verrebbe voglia di dire, un mosaico di storie straordinarie. Per chi, come me, sente la sinestesia dei luoghi, cioè la capacità evocativa che i luoghi hanno sulla nostra sensibilità, leggerne le vicende è stato come immergersi in un grande romanzo epico, meraviglioso e affascinante.

Certe volte ho la sensazione di aver attraversato la storia di questa città un po’ come un botanico che si è trovato nella meraviglia di un giardino fiorito pieno di piante strane solo in parte osservate e descritte in precedenza.

Nella foto di copertina e qui sotto la consegna del premio Fedeltà a Pavia 2026 al professor Mazzarello