Guido Crainz (Udine 1947), Premio Ghislieri alla carriera 2026, è fra i più autorevoli studiosi dell’Italia contemporanea: ha dedicato la propria ricerca a capire come il Paese sia cambiato, ma anche a interrogare ciò che del passato continua a sopravvivere nel presente. Il premio arriva nell’anno in cui la Repubblica compie ottant’anni e mentre la nuova edizione della sua Storia della Repubblica (Donzelli editore) affronta anche gli anni più recenti e le trasformazioni che stanno modificando la fisionomia politica, culturale e istituzionale dell’Italia.
Cosa significa per lei ricevere il Premio Ghislieri alla carriera?
«È un riconoscimento graditissimo, naturalmente, anche perché la Pavia di quegli anni per me è stata fondamentale. La Pavia del Ghislieri, luogo di intenso confronto culturale, ma anche la Pavia del ’68 studentesco (molti suoi protagonisti erano appunto ghisleriani) e dell’ autunno caldo operaio dell’anno successivo, con la scoperta di nodi irrisolti e di profondissime ingiustizie nella società italiana. Una Pavia che aveva ancora non solo una forte presenza operaia ma anche una viva memoria degli anni della Resistenza in Oltrepò. È maturato qui il mio “essere storico”: in realtà a Pavia ero arrivato nel 1966 per studiare filosofia. Uno dei miei primi saggi era dedicato alle lotte sindacali nelle campagne pavesi, dalle risaie alle cascine. E di quegli anni mi è rimasto, spero, il cattivo carattere di chi non accetta quel che gli sembra sbagliato» .
La nuova edizione della sua Storia della Repubblica arriva fino al 2026: lei legge gli ultimi dieci anni non come una parentesi ma come l’esito di una metamorfosi profonda maturata nel corso dell’intero ottantennio. Quali sono le tappe che hanno progressivamente cambiato la natura della Repubblica e ci hanno portato dalla grande partecipazione politica del dopoguerra alla disaffezione di oggi?
«Mi ha spinto l’idea di essere di fronte a una metamorfosi profonda della Repubblica, ovviamente maturata negli anni precedenti. In realtà i veri punti di svolta vengono prima: di qui la scelta di non fare un testo a sé sugli ultimi dieci anni ma di inserire questo periodo nella storia dell’intero ottantennio. Ad uno sguardo di insieme assume chiaramente un carattere simbolico, ad esempio, un piccolissimo evento come le elezioni regionali siciliane del 2012, che vedono la partecipazione al voto scendere sotto il 50%. Per 32 anni, dalle elezioni politiche del 1948 alle regionali del 1980, la partecipazione al voto in Italia non era scesa sotto il 90%: altri 32 anni e scende per la prima volta al 50%, con il contemporaneo irrompere del “vaffa” di Beppe Grillo. Un Paese che aveva visto in passato un grande afflusso alle urne e una grande partecipazione a partiti e movimenti (da quello studentesco a quello femminista) è diventato ormai luogo di cultura della disaffezione nei confronti della politica. In qualche modo ha cambiato natura.
Per un’altra ragione poi mi è sembrato giusto proporre uno sguardo di insieme a questi ottant’anni: non dovremmo dimenticare infatti che una parte molto significativa di essi si è svolta ormai dopo il 1992, cioè dopo il crollo del sistema dei partiti che avevano costruito la nostra democrazia. Nella nostra memoria collettiva sono sempre più lontani dunque gli anni duri ma solidali della Ricostruzione del Paese dopo la guerra, le speranze e talora le illusioni del “miracolo economico”, la grande stagione riformatrice degli anni sessanta e settanta (pur segnati, questi ultimi, dalle tragedie e dai crimini della “strategia della tensione”, prima, e degli “anni di piombo” poi) o l’ottimismo degli anni ottanta (sia pur irresponsabile, e minato da germi che sarebbero dilagati). È sempre più viva invece la memoria della dissoluzione successiva: anche per questo mi è sembrato importante proporre uno sguardo complessivo» .
Ha raccontato il fascismo, la Resistenza, la Repubblica, gli anni di piombo, il terrorismo, Tangentopoli, la crisi dei partiti. Molte fratture che sembravano consegnate al passato sono tornate nel linguaggio politico contemporaneo. È la storia che ritorna oppure siamo noi che non abbiamo mai davvero risolto alcuni dei suoi nodi?
«La storia – diceva il vecchio Marx – si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa: quella attuale sembra in realtà una farsa tragica. Anche su questo terreno l’ultimo decennio ha segnato una fortissima accelerazione, se non un salto di qualità, e non siamo sempre all’altezza del compito che abbiamo di fronte» .
Ha studiato per anni il rapporto fra storia, memoria e media. Oggi però la memoria passa sempre più attraverso social network, video, algoritmi e intelligenza artificiale. Il rischio è che si finisca per ricordare non ciò che è accaduto, ma ciò che viene ripetuto più volte. Siamo già dentro questa trasformazione? E chi decide oggi che cosa una società deve ricordare?
«Sembra fondata, purtroppo, una annotazione di 1984 di Orwell: chi controlla il passato controlla il futuro, ma chi controlla il presente controlla il passato. A mio avviso siamo nel vivo di un conflitto che ha come posta non solo la lettura del passato ma anche la tenuta del nostro assetto e della nostra cultura costituzionale. E il passato in discussione non comprende solo il ventennio fascista ma anche il ruolo eversivo del neofascismo degli anni sessanta e settanta. Appare sempre più decisivo, in questo scenario, il ruolo svolto quotidianamente dagli insegnanti ma certo non li aiutano le recenti indicazioni ministeriali (incentrate in via esclusiva, inoltre, sull’Italia e sull’Europa occidentale)».

