C’è un filo che attraversa oltre tre secoli di storia culturale italiana e che continua ancora oggi a intrecciare letteratura, ricerca e confronto delle idee. È il filo dell’Accademia dell’Arcadia, la storica istituzione fondata a Roma nel 1690 per reagire agli eccessi del Barocco in nome del “buon gusto”, della chiarezza e della razionalità. E in questi giorni accoglie tra i suoi nuovi Pastori anche il ghisleriano Giorgio Panizza, professore di Letteratura italiana all’Università di Pavia, presidente della Fondazione Maria Corti e tra i maggiori studiosi dell’Illuminismo lombardo e di Pietro Verri.
Professore, riceverà presso la Biblioteca Angelica di Roma il diploma di annoverazione diventando formalmente un Pastore dell’Arcadia, in una cerimonia che accoglie sessanta nuovi pastori. Che significato assume, nel nostro frammentato e iper-connesso presente, entrare a far parte di questa storica “Repubblica”, e in che modo ideali fondativi come la concordia, l’uguaglianza e la libertà letteraria possono ancora incidere sul dibattito culturale odierno?
«L’Arcadia ha avuto una storia lunga e molto varia, anche nella vivacità o meno della sua presenza; già nel pieno Settecento, con Baretti ma poi soprattutto nella ricostruzione storiografica risorgimentale (basti pensare a De Sanctis) è stata identificata con il peso morto della letteratura italiana, una poesia senza impegno e senza novità. Cosa solo in parte vera, mentre di fatto attraverso tre secoli, ha ospitato gran parte degli uomini di cultura italiani. Nel Novecento la difesa di quella sua separatezza, anche un poco ingenua, o finto ingenua, è stata un vantaggio. Si pensi che il 24 novembre 1945, alla sua apertura dopo la guerra, intervenne Benedetto Croce, ben felice di partecipare all’unica accademia che non l’aveva espulso durante il fascismo.
Negli ultimi tempi l’Arcadia è un luogo vivacissimo di promozione culturale, basti guardare il suo sito; con un archivio storico eccezionale e collocato in una delle biblioteche più belle del mondo, qual è l’Angelica di Roma. Ma ha oggi un valore ancora maggiore: rivendica quello di essere una libera repubblica di uguali, sena distinzioni di genere o di origine; tali sono i pastori, senza monarchi e senza gerarchie. Con tutta l’ironia di uno strumento così, mi pare un modello cui aderire con piacere ed entusiasmo».
Storicamente, il richiamo alla semplicità e al raziocinio promosso dall’Arcadia preparò il terreno culturale al secolo dei Lumi. In che misura vede un filo conduttore tra lo spirito di riforma estetica originario dell’Arcadia e le più dirompenti istanze di rinnovamento civile, intellettuale e linguistico che animarono i fratelli Verri e l’esperienza de “Il Caffè”?
«In omaggio a Pietro Verri, che fu pastore arcade, benchè non ci andasse mai, dovendo scegliere un nome pastorale ho preso il suo, Midonte. Per lui, come per molti altri illuministi, la ricerca si indirizzava alla prosa, non alla poesia; alle cose, non alle parole, che sono pur sempre lo strumento della poesia; ma è vero, questo fu proprio il motivo conduttore del discorso di Croce che ho citato, che la cultura di fondo dell’Arcadia settecentesca fu razionalista, e che l’indiscutibile suo successo anche solo numerico si basava su un’istanza di rinnovamento, cui aderirono scrittori anche molto diversi, da Metastasio a Goldoni, da Parini a Alfieri a Monti. Nel Settecento nell’Arcadia si percorre l’intero sviluppo della letteratura italiana, tutto il lavoro di ricerca. Le cose cambiano col Romanticismo. Né Manzoni, né Leopardi furono membri dell’Aracadia; era uno strumento tipicamente Settecentesco; ne fece parte Monaldo Leopardi, non Giacomo appunto. Ma una rinascita settecentesca nel nostro Duemila è benemerita».
Come si intreccia questo prestigioso riconoscimento romano con la sua profonda radice accademica pavese e come intende portare lo spirito critico e filologico di questa tradizione all’interno del consesso degli Arcadi?
«Mi ricorda quanto sia arduo il mio compito e soprattutto quale distanza abbia dai maestri. Ma tocca un punto importante, perché il lavoro che svolgo con la Fondazione e coi colleghi che insieme a me la governano è proprio quello di riportare in tempi così cambiati non tanto il ricordo ma l’attualità della scuola filologica di cui Maria Corti era protagonista, di favorire cioè, in particolare con l’organizzazione di incontri e di seminari, la promozione dell’attenzione ai testi e quel confronto di idee e quella concretezza di lavoro che sono la condizione di fondo della filologia. La storia della scuola pavese è da questo punto di vista privilegiata, avendo sempre considerato assieme, come facce di un unico lavoro, la filologia e la critica.
Tra Fondazione e Arcadia abbiamo già iniziato un dialogo progettuale su possibili organizzazioni in comune di incontri e di ricerche. Del resto ereditiamo un lavoro comune tra molti di noi sui nuovi portali digitali dedicati ai maggiori autori della Letteratura italiana, a partire da Manzoni».
Da studioso di Leopardi e di storiografia letteraria, come valuta il ruolo di istituzioni storiche come l’Arcadia nel proteggere e promuovere la voce dei poeti contemporanei, scongiurando il rischio che la letteratura si riduca a un esercizio erudito?
«Un segno della vitalità dell’accademia in questi anni è proprio anche questo essere la casa della poesia, di rinnovare il suo senso d’origine, ma con una qualità di proposte che nasce dalla partecipazione di tanti poeti creativi. A settembre ci sarà la prima edizione del Festival della poesia. Perché un’istituzione sia davvero luogo di incontro per la creatività occorre una condizione fondamentale: che ci sia un bel clima, amicale e piacevole, senza paludamenti e esibizioni retoriche: che è appunto il clima dell’Arcadia oggi».

