Conosciamo Camillo Golgi come lo scienziato, il Nobel, l’uomo che cambiò per sempre la storia delle neuroscienze. Ma prima del laboratorio, prima della fama, c’era un ragazzo. E c’era una Pavia inquieta, attraversata da passioni politiche, tensioni e violenza.
Nel suo nuovo libro Una punizione esemplare. Camillo Golgi liceale nel Risorgimento pavese (Hoepli 2026) l’autore Paolo Mazzarello torna proprio lì: all’inizio del 1859, quando il giovane Golgi viene espulso dal liceo Foscolo, allora Liceo Imperial Regio, in una città insanguinata dagli omicidi politici. E nel racconto riaffiora anche il Ghislieri: appena due anni prima, nel 1857, alcuni suoi collegiali avevano contestato il giovanissimo Francesco Giuseppe durante la visita dell’imperatore in Collegio. Due episodi lontani, ma immersi nello stesso clima di inquietudine che precedette l’Unità d’Italia. Nel nuovo libro Mazzarello ricostruisce quella Pavia con lo sguardo dello storico e con il gusto per le storie umane che attraversa tutta la sua opera. Perché anche i grandi uomini, prima di diventare grandi, sono stati ragazzi dentro una storia che non avevano ancora imparato a comprendere.
Ne parliamo con lui.
Professor Mazzarello, Una punizione esemplare. Camillo Golgi liceale nel Risorgimento pavese parte da un episodio apparentemente circoscritto — l’espulsione di Camillo Golgi dal liceo Foscolo all’inizio del 1859 — ma lo colloca dentro una Pavia attraversata da tensioni politiche e persino da omicidi. Che cosa racconta davvero quella vicenda? E che cosa ci rivela del giovane Golgi prima ancora che diventi lo scienziato che conosciamo?
«Ci racconta, attraverso l’episodio dell’espulsione di Camillo Golgi dal Ginnasio-Liceale Imperial Regio (dal 1865 Liceo Ugo Foscolo), un passaggio epocale nella storia della Lombardia e dell’Italia. Pavia era una città sensibilissima alle rivendicazioni nazionali e, alla fine del 1858, si moltiplicarono le manifestazioni di aperta ostilità all’Austria, spesso capitanate dai giovani membri della famiglia Cairoli. Nel dicembre di quell’anno, a due passi dall’Università, venne pugnalato Emilio Briccio, professore dell’Ateneo e noto “austriacante”. Poco dopo, nel Ginnasio-Liceale, fu preso di mira Giuseppe Maschka, un ungherese di Vukovar che insegnava tedesco e che, anche per ciò che rappresentava agli occhi degli studenti, divenne bersaglio della loro ostilità: arrivarono a minacciarlo di fargli fare la fine di Briccio.
Golgi si trovò coinvolto in questo clima e ne pagò pesantemente le conseguenze, soprattutto quando l’atmosfera si fece ancora più avvelenata in seguito a un secondo delitto politico: l’assassinio del giornalista filoaustriaco Giuseppe Ripamonti-Carpano. La direzione del Ginnasio-Liceale, decisa a dare un segnale di fermezza, reagì espellendo Golgi e il suo compagno di banco.
Era una Pavia ormai insanguinata, nella quale il dominio austriaco aveva progressivamente perduto legittimità anche per gli errori del suo governo. Più profondamente, negli anni precedenti Vienna non era riuscita ad adeguare la propria politica a una società che stava rapidamente cambiando, nella quale alle aspirazioni liberali si accompagnava una coscienza nazionale sempre più diffusa. Per troppo tempo aveva continuato a leggere il dissenso soprattutto come un problema di ordine pubblico; dopo il 1848, la politica di Radetzky aveva ulteriormente approfondito la frattura, facendo seguire alla riconquista militare un regime severo e punitivo. Quando, con l’allontanamento del vecchio feldmaresciallo, l’Impero cercò infine la strada della distensione e della riconciliazione, era ormai troppo tardi: il Piemonte costituzionale rappresentava un’alternativa politica concreta e, dal 1858, poteva contare anche sull’appoggio della Francia di Napoleone III.
Il mio libro permette, in un certo senso, di osservare questo grande passaggio storico da una prospettiva particolare: quella dei sentimenti, delle passioni e delle insofferenze che agitavano la gioventù dell’epoca. La vicenda quasi minuta di uno studente espulso da scuola diventa così una finestra sulla crisi di un impero e sull’imminente nascita di una nuova Italia».
Nel suo libro torna anche il Ghislieri: nel 1857 alcuni giovani collegiali contestarono la visita in Collegio del giovanissimo Francesco Giuseppe. Quanto questo episodio, e più in generale l’ambiente universitario pavese di quegli anni, aiuta a restituire il clima politico e umano della città alla vigilia dell’Unità?
«Moltissimo. La Pavia di quegli anni era una città politicamente divisa persino nei luoghi di ritrovo: gli austriaci e gli “austriacanti” frequentavano il caffè Demetrio, mentre gli studenti antiaustriaci, alcuni dei quali certamente ghisleriani, si incontravano alla Fenice, ai Tre Basé e in altre osterie. Il dominio austriaco gravava ormai sulla città come un tappo destinato a saltare.
La visita di Francesco Giuseppe, il 24 gennaio 1857, lo mostrò in maniera quasi teatrale. Le autorità avevano preparato con ogni cura l’accoglienza dell’imperatore, ma i suoi spostamenti per Pavia avvennero nel «glaciale silenzio» della folla. Al Ghislieri l’ostilità fu ancora più esplicita: alcuni collegiali rifiutarono di rendergli omaggio e minacciarono i compagni più concilianti di esporli «ai dileggiamenti dei fogli periodici piemontesi». È un particolare rivelatore: per quei giovani essere additati come filoaustriaci dalla stampa patriottica piemontese era ormai motivo di vergogna.
Pavia era dunque una città inquieta, sorvegliata dalla polizia ma sempre più difficile da controllare, anche per la presenza di una popolazione studentesca vivace e politicizzata e per la vicinanza del Piemonte. Non a caso, poche settimane dopo quella visita, Francesco Giuseppe pensionò l’ormai anziano Radetzky e affidò il Lombardo-Veneto al fratello Massimiliano, nella speranza di ricucire il rapporto fra la monarchia asburgica e i suoi sudditi italiani. Era il tentativo di allentare un tappo che, appena due anni dopo, sarebbe saltato».
Lei ha raccontato spesso Pavia attraverso le vite dei suoi grandi scienziati, trasformando la storia della scienza in una vera e propria “commedia umana”. Che cosa ha trovato, questa volta, dietro la vicenda di Golgi: quale Pavia emerge da questo nuovo libro e che cosa può ancora raccontarci oggi?
«Si tratta di un ulteriore tassello di quella “commedia umana”, spesso beffarda e talvolta virata in tragedia, che ebbe per protagonisti a Pavia personaggi destinati a cambiare la storia della scienza e, più in generale, la storia umana. È un filo che ho cercato di seguire in molti dei miei libri: dietro le scoperte troviamo uomini immersi nel loro tempo, con le loro passioni, rivalità, ambizioni, debolezze, amicizie e idiosincrasie. La scienza non si svolge in un mondo separato dalla vita: ne è profondamente impastata.
Pavia è stata un osservatorio straordinario proprio per questo. Nelle stesse aule, nei laboratori, nei collegi e persino nelle sue strade si sono incrociate per generazioni personalità eccezionali, da Spallanzani e Volta a Scarpa, da Bizzozero a Golgi. Hanno collaborato e litigato, si sono sostenuti e combattuti, hanno conosciuto successi clamorosi e sconfitte altrettanto brucianti. E, qualche volta, la storia si è divertita a rovesciare i verdetti dei contemporanei.
Golgi ne è forse uno degli esempi più affascinanti. Il giovane espulso dal Ginnasio-Liceale nella Pavia inquieta del Risorgimento diventa professore della stessa città, rettore dell’Università, senatore e infine primo italiano a ricevere il Nobel per la Medicina. Ma anche al culmine della gloria non sfugge all’ironia della storia: nel 1906 deve dividere il Nobel con Santiago Ramón y Cajal, il grande avversario della sua concezione del sistema nervoso, e vede prevalere una teoria che sembra decretare la sconfitta della propria. Eppure, proprio le sue scoperte – dalla reazione nera all’apparato che porta il suo nome, fino agli studi sulla malaria – avrebbero continuato a generare nuova scienza ben oltre quella controversia.
La Pavia che emerge è dunque molto diversa da una città-museo popolata di monumenti alla gloria scientifica. È una città viva, qualche volta provinciale e insieme sorprendentemente internazionale, capace di attirare talenti e di creare scuole, ma anche attraversata da conflitti accademici, politici e personali. Forse è proprio questo che può ancora raccontarci: che anche le grandi conquiste della conoscenza nascono da vicende profondamente umane e che la storia della scienza, quando la si guarda da vicino, finisce inevitabilmente per diventare storia degli uomini».


