E’ una storia ghisleriana quella di Giovan Battista Grassi, anzi il Battista perchè lui si firmava e voleva essere chiamato così. Una storia raccontata da un altro ghisleriano, il prof. Paolo Mazzarello, ordinario di Storia della Medicina nella nostra Università e da una ventina d’anni anche scrittore molto apprezzato.
Nell’ultimo suo libro che si intitola Malaria, uscito per i tipi di Neri Pozza, Mazzarello adotta la formula che gli ha dato successo – divulgazione e rigore, serietà e curiosità in uguali proporzioni – per raccontare del medico comasco Grassi, nato a metà Ottocento e morto nel 1925, genio naturalista e appassionato biologo e zoologo; del suo carattere fumantino, delle sue intuizioni, delle mattane, dell’assoluta incapacità di venire a patti con la vita e con le sue occasioni. E, ovvia conseguenza, di quella congiura scientifica che gli negò il Nobel: ma lui, che già era stato premiato con la Darwin Medal della Royal Society di Londra, il massimo riconoscimento per chi si sapeva distinguere negli studi biologici, l’idea di quest’altro premio prestigioso se l’era proprio messa in tasca. Del resto, per tutta la vita la malaria era stata la sua ossessione, quella malattia che uccideva una persona ogni dieci mettendo a rischio metà della popolazione mondiale: adesso che aveva identificato la zanzara responsabile del contagio, che ne aveva descritto la trasmissione all’uomo, che aveva organizzato una profilassi scientifica, cos’altro avrebbero potuto fare da Stoccolma? Quale altro medico avrebbero potuto scegliere? L’Accademia Reale Svedese lo trovò, quest’altro medico. E nel 1902 assegnò il Nobel al britannico Ronald Ross, il nemico giurato, colui che assieme al microbiologo tedesco Robert Koch aveva cercato – riuscendoci, in quell’occasione – di oscurare il nome di Battista Grassi con un accanimento da manuale. Premio Nobel a Ross “per il suo lavoro sulla malaria”, diceva la motivazione.
Quella di Grassi è una storia singolare e straordinaria che, a distanza di un secolo dai fatti, conserva – intatto – un curioso fascino. Ha permesso a Mazzarello di dar vita a un thriller scientifico, ricostruito su documenti inediti, con abbondanza di intrighi, colpi bassi, spionaggio di laboratorio, esperimenti pericolosi. Una storia che comincia dal Ghislieri nell’autunno del 1872, quando il giovane studente in Medicina partecipa agli esami di selezione, vince un posto gratuito da alunno, lascia le briglie sciolte alla propria indole saturnina e, a distanza di quattro anni, viene cacciato perché «colpevole di ripetuti atti di grave insubordinazione». Saranno comunque indimenticabili quegli anni vissuti da collegiale, nei quali Battista Grassi imbocca con decisione la strada dello studio serio e rigoroso anche se con frequenti soste tra i compagni impegnati in tumulti in refettorio, reclami, rivendicazioni di ogni genere, enologiche e gastronomiche su tutte. L’atmosfera tesa del Ghislieri, popolato da studenti sfrontati, incontra l’irrequietezza, e anche l’insofferenza, del suo carattere.
Scrive Mazzarello: la notizia dell’espulsione giunse come una mazzata, un grosso fallimento anche nei confronti della famiglia… ma Battista aveva dalla sua parte lo studio e le ricerche alle quali si aggrappò con forza per risollevarsi. Venti giorni dopo l’espulsione ricevette, in Università, la bellezza di cento lire in quanto, studente del sesto corso di Medicina, “aveva saputo coltivare il suo eletto ingegno nella parte scientifica e nelle lingue classiche”. Il colpo psicologico subìto con l’espulsione era ormai assorbito anche grazie ai vermi che continuarono a dargli molte soddisfazioni.
Paolo Mazzarello, Malaria. Il Nobel negato: storia di Battista Grassi. Neri Pozza Editore, 2025


