L’Europa continua a produrre scienza di altissimo livello ma troppo spesso lascia siano altri a trasformarla in innovazione, impresa e sviluppo economico. È il paradosso che oggi attraversa uno dei settori più strategici del continente, quello delle life sciences, e che rischia di compromettere la competitività europea nei confronti di Stati Uniti e Cina. A lanciare l’allarme, dalle pagine del Financial Times, è un illustre Alunno del Collegio Ghislieri: Otello Stampacchia, tra i maggiori investitori internazionali nel settore biotech e tra i promotori della European Life Sciences Coalition (ELSC), la rete che riunisce oltre duecento imprese e investitori europei per chiedere alle istituzioni dell’Unione una nuova politica industriale a sostegno della ricerca biomedica.
Fondatore di Omega Funds, uno dei principali fondi internazionali di venture capital specializzati nelle scienze della vita, Stampacchia è oggi una delle voci più autorevoli del panorama europeo degli investimenti biotech. Dopo la laurea in Genetica all’Università di Pavia e gli anni trascorsi al Collegio Ghislieri, ha conseguito un dottorato di ricerca (PhD) in Biologia molecolare all’Università di Ginevra. Successivamente ha lavorato per quattro anni tra Londra e New York nel settore delle fusioni e acquisizioni in ambito farmaceutico e biotech, prima di dedicarsi alla finanza per l’innovazione e alla costruzione di alcune delle più importanti realtà imprenditoriali del comparto.
Nel servizio pubblicato dal Financial Times, dedicato all’appello della European Life Sciences Coalition, Stampacchia sintetizza con un’immagine efficace la situazione europea: «L’Europa sta combattendo con una mano legata dietro la schiena». Un’affermazione che fotografa una realtà fatta di eccellenza scientifica, ma anche di investimenti insufficienti, mercati finanziari poco sviluppati e procedure regolatorie che rallentano la nascita e la crescita delle imprese innovative. «Quando si parla di venture capital e mercati pubblici dedicati alle life sciences, gli Stati Uniti investono circa dieci volte più dell’Europa», osserva. «La disparità è destinata ad aumentare e oggi gran parte dei finanziamenti che arrivano alle aziende europee proviene comunque da investitori extraeuropei. È tempo che anche i cittadini europei possano partecipare ai benefici economici generati dall’innovazione sviluppata nel nostro continente».
Secondo Stampacchia, gli ostacoli che frenano la competitività europea sono numerosi e strettamente collegati. «I fondi specializzati europei dispongono di risorse molto inferiori rispetto agli equivalenti americani. Le nostre startup risultano quindi sottocapitalizzate e sono costrette a ridimensionare le proprie ambizioni oppure a cercare capitali oltreoceano, alimentando così anche la fuga di talenti». A questo si aggiungono «un contesto regolatorio lento e burocratico, che rende più difficile sviluppare rapidamente nuovi farmaci rispetto a Paesi come Cina o Australia, e un mercato finanziario europeo ancora troppo debole per accompagnare la crescita delle aziende innovative».
Per invertire la rotta, la European Life Sciences Coalition propone alcune riforme concrete. «Una priorità assoluta – spiega Stampacchia – è favorire gli investimenti dei fondi pensione e delle compagnie assicurative nel venture capital, portandoli almeno all’1% degli asset gestiti, per poi raggiungere il 2%, che rappresenta la media dei fondi americani». Accanto a questo, auspica una profonda revisione delle procedure di sperimentazione clinica: «Occorre accelerare le tempistiche, eliminando molti dei tempi morti burocratici che oggi rallentano l’accesso dei pazienti alle nuove terapie senza aumentarne la sicurezza». Il terzo pilastro riguarda i mercati finanziari: «Serve un vero mercato pubblico europeo per le imprese biotech in crescita, sostenuto da investitori specializzati e da analisti in grado di valorizzarne il potenziale. Oggi permettiamo ai risparmiatori di investire facilmente in strumenti altamente speculativi come le criptovalute, ma non creiamo condizioni favorevoli per finanziare aziende innovative che potrebbero avere un impatto enorme sulla salute dei cittadini e sull’economia europea».
L’appello della Coalizione guarda soprattutto al futuro delle nuove generazioni di ricercatori. E proprio ai giovani Otello Stampacchia rivolge un consiglio tanto realistico quanto sincero. «Se per costruire una carriera è necessario guardare oltre i confini italiani, oggi lo consiglio senza esitazioni. Non necessariamente negli Stati Uniti, considerando il contesto geopolitico attuale, ma certamente in Paesi come Svizzera, Regno Unito o Danimarca, dove esistono ecosistemi molto forti nella ricerca di base e industriale. Cercate i migliori centri di eccellenza per imparare, crescere e costruire competenze. E poi, magari un giorno, tornate».
È un invito che nasce dall’esperienza personale di chi ha costruito una carriera internazionale mantenendo uno sguardo costante sull’Europa e sul suo potenziale. E rappresenta, allo stesso tempo, un messaggio che parla anche ai giovani del Collegio Ghislieri: investire nella conoscenza significa costruire il futuro, ma perché quel futuro possa nascere in Europa servono oggi scelte politiche e industriali capaci di trasformare la qualità della ricerca in crescita, innovazione e opportunità.
Life sciences, l’appello del ghisleriano Stampacchia

