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Le donne del Belli presentate dal prof. Gibellini

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quella che oggi è la plebe di Roma. Esporre le frasi del Romano quali dalla bocca del Romano escono tutto dì, senza ornamento, senza alterazione veruna… Io non vo già presentar nelle mie carte la poesia popolare ma i popolari discorsi svolti nella mia poesia…Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo; e questo io ricopio scriveva il poeta Giuseppe Gioachino Belli (1791 – 1863).

A Belli e a quel suo monumento di carta composto da 2279 sonetti il prof. Pietro Gibellini – ghisleriano, eminente studioso della letteratura italiana fra Sette e Novecento – ha dedicato anni di studio e passione innalzando a sua volta, nel 2018, un monumento in quattro volumi (Einaudi) contenente l’edizione critica e commentata di tutta quella produzione poetica.

«Giuseppe Gioachino Belli – spiega Gibellini – è uno scrittore romantico ma anche realista, perché descrive la vita quotidiana degli umili come farà Verga 50 anni dopo. È un poeta che parla di sesso in modo franco e aperto, inconcepibile per quei tempi. È visionario e metafisico, perché dà corpo alle credenze e alle superstizioni popolari. Subisce il pregiudizio di aver scritto in dialetto, considerato erroneamente espressione letteraria inferiore. In realtà è un intellettuale che si immedesima nel popolo, fa parlare gli umili nella loro lingua. I suoi sonetti costituiscono un documento quasi etnografico della plebe di Roma. Ogni sorriso che ci strappa costringe a pensare. È il profeta del suo tempo e forse anche del nostro, uno dei pochi veri giganti della nostra poesia».

Ma c’è di più: «Nessun poeta ha dato voce a tante figure femminili quanto Belli. Bambine e ragazze, mogli e madri, amiche e vicine, serve e prostitute nei loro discorsi svelano risvolti materiali e affettivi, illustrano la condizione della donna nell’Ottocento, pennellano un affresco documentario ravvivato dai colori della poesia. Diventano le vere protagoniste di quel racconto. Sono donne-soggetto, non più donne-oggetto».

Parole di donna. Sonetti per voce femminile (Vallecchi) è il titolo di una sorprendente antologia curata dal prof. Gibellini, in libreria dal 24 febbraio. Il sottotitolo indica che sono state scelte poesie nelle quali è la voce femminile a parlare. Donne interpreti di loro stesse e che entrano in scena parlando una lingua che che vibra di quotidianità e di vita vissuta, di patimento e di preghiera, di pianto baldanza e umiltà, di oltranza e remissione, di frustrazione e di gioia, di coraggio e di pietà. Senza che lo sguardo maschile le confini più nella sottomissione e nel possesso.

Pietro Gibellini (1945) alunno del collegio Ghislieri, si è laureato in Lettere a Pavia discutendo la tesi con Dante Isella, correlatori Maria Corti e Cesare Segre. Già ricercatore nell’ateneo pavese (1974) e chargé de cours a Ginevra (1982), ha coperto la cattedra di Letteratura italiana all’Aquila (1987), poi a Trieste (1990), donde è passato a Ca’ Foscari (1996). È stato docente a contratto all’Università Cattolica di Brescia. Oltre alla sua disciplina, ha insegnato anche Filologia italiana e Letteratura moderna e contemporanea. Editore, commentatore e interprete di testi, ha offerto contributi dal Medioevo al Novecento studiando in particolare l’età moderna: Belli, la poesia dialettale dell’Otto e del Novecento, la “linea lombarda” da Parini a Gadda, Manzoni, D’Annunzio, la critica delle varianti. Presiede il comitato scientifico per l’Edizione Nazionale dell’opera di D’Annunzio e quello degli scritti di Giovita Scalvini ed è membro di quelli per Belli e Fogazzaro. E’ condirettore di “Ermeneutica letteraria”, “Letteratura e dialetti”, “Archivio D’Annunzio”.