Il ghisleriano Mirko Tasso ha dato alle stampe il volume Dio, gli dèi e il divino. Religione e identità nei carmina del Nord Africa (ed. L’Erma di Bretschneider) che affronta le forme dell’espressione pubblica della vita religiosa e l’adesione ai diversi sistemi di fede attraverso il medium delle iscrizioni versificate (carmina epigraphica) provenienti dal Nord Africa romano e assegnabili all’arco cronologico che da Commodo arriva fino alla partenza da Cartagine della flotta dei Vandali inviata da Genserico per saccheggiare Roma. Attraverso la testimonianza dei carmina, si porta alla luce l’ampia gamma di visioni di natura escatologica tipiche delle province africane, l’espressione del legame fra divinità e fedeli e di quello fra società e gruppi religiosi, nonché l’emergere di dispute e contrasti di natura religiosa, nel rapporto tra paganesimo e cristianesimo, tra ortodossia, donatismo e arianesimo.
In che modo i carmina riflettono la fusione fra la cultura latina e le radici nordafricane?
Il Nord Africa romano fra fine II e inizio V secolo d. C. è forse stato la culla della cultura latina. Alcuni dei più importanti scrittori del primo Cristianesimo erano, infatti, di origine africana, come Tertulliano, Minucio Felice, Cipriano, Arnobio di Sicca, Lattanzio, Ottato di Milevi, Donato il Grande, Parmeniano, Petiliano, Agostino, solo per menzionare i più celebri. Proprio in Africa è stata redatta l’opera più antica in lingua latina ascrivibile ad un milieu cristiano, gli Acta Martyrum Scillitanorum, e, esulando dal contesto cristiano, il territorio nordafricano nel periodo in questione diede i natali anche ad alcuni fra i più insigni autori dell’ultima letteratura pagana, come Optaziano Porfirio, Simposio, Reposiano, Elio Donato, Nonio Marcello, Aurelio Vittore, Marziano Capella e (probabilmente) Macrobio. Non è un caso che il Nord Africa romano sia stata un’area di particolare diffusione anche della ‘versificazione su pietra’, dato il gran numero di carmina epigraphica, sia greci che latini, che proprio da questa terra provengono. Nondimeno, in quest’area oltremodo ricca per quanto concerne la produzione culturale latina (e in misura inferiore greca) degli ultimi secoli dell’Impero resta vivo un carattere più prettamente ‘africano’ per quanto riguarda gli stessi prodotti culturali ascrivibili al territorio medesimo, ivi inclusi i carmi epigrafici.
Si può allora parlare di effettiva ed evidente fusione fra cultura latina e radici più prettamente africane nei carmina?
In generale, bisogna premettere, una simile lettura non può certamente applicarsi all’intero corpus epigrafico metrico oggetto del mio libro. Nondimeno, ad un simile interrogativo non si deve nemmeno dare un’inappellabile risposta negativa. Ho avuto modo di analizzare e discutere, infatti, carmi in cui cultura latina e retroterra africano si intrecciano in maniera chiara. Un esempio su tutti può essere l’iscrizione MAT 1 della mia raccolta, proveniente da Volubilis (Mauretania Tingitana, odierno Marocco): l’epigrafe, di III secolo, venne dedicata il 21 agosto, giorno che coincideva con i Consualia, festività indetta in onore appunto di Conso, antico dio della fertilità romano, a cui, però, era stato assimilato per interpretatio Aulisua/Aulisva, divinità indigena africana che viene menzionata nel carme e per la quale il dedicante, un certo liberto Valerius Victor, aveva eretto un’ara. Valerius Victor, per quanto romanizzato, rimase dunque fedele a certi culti ancestrali della propria terra e tale fedeltà, nonché senso di appartenenza, viene da lui mostrata e comunicata tramite questa dedica su pietra.
Esiste un filo in grado di legare il culto degli dèi pagani alla spiritualità cristiana?
I primi carmi cristiani africani risalgono alla metà del III secolo d. C. circa e diventano quantitativamente maggioritari rispetto ai corrispettivi pagani solo nel corso del IV secolo d. C. A dispetto della ‘differenza ontologica’ fra gli uni e gli altri, data dal differente milieu religioso, risulta innegabile il richiamo a certi topoi della tradizione classica pagana nelle iscrizioni versificate cristiane o la persistenza in queste ultime di certe espressioni formulari prettamente pagane (es: la formula DMS, ovvero l’adprecatio agli dèi Mani, rinvenibile in alcune epigrafi funerarie cristiane). Nondimeno, la vera ‘rivoluzione valoriale’ nell’epigrafia funeraria nordafricana coincide comunque proprio con l’avvento del Cristianesimo. Con quest’ultimo, infatti, emerge definitivamente una Weltanschauung incardinata sullo Jenseits e non più sul Diesseits (cosa che, generalmente, si rinviene invece nei carmi pagani) e un chiaro segno di questo profondo cambiamento si può rintracciare soprattutto nei carmina epigraphica funerari cristiani. L’accento negli epitaffi cristiani è quasi sempre posto infatti sul raggiungimento della beatitudine celeste o sulle speranze poste circa siffatto conseguimento; al contrario, nella maggioranza dei carmi funerari pagani nordafricani non si rinviene alcuna espressione di una qualsivoglia prospettiva ultramondana e, in generale, ciò che viene maggiormente ricercato in essi è la vittoria, anche grazie al ricorso al testo poetico, sulla secunda mors, ossia l’oblio presso i viventi, assai più temuta rispetto alla prima mors, la morte fisica.
Come è possibile decifrare il sentimento religioso da iscrizioni spesso frammentarie?
La natura frammentaria di certe iscrizioni pone inevitabili problemi di interpretazione testuale e, conseguentemente, anche chiare difficoltà circa la decifrazione del sentimento religioso ascrivibile a tali iscrizioni. Non c’è una formula sempre valida e talvolta bisogna guardare oltre il testo e considerare il supporto epigrafico nel suo complesso. La presenza del disegno di una croce, ad esempio, può indirizzare lo studioso verso l’interpretazione in senso cristiano dell’epigrafe, ma, ovviamente, solo se apparato iconografico e testo sono coevi. Talvolta il testo di certe iscrizioni frammentarie è integrato in maniera diversa dagli studiosi: sposando un’integrazione si possono fare certi discorsi circa l’appartenenza dell’esemplare ad un milieu religioso piuttosto che ad un altro, ma congetture di questo tipo cadono se invece, magari, si sostiene un’altra integrazione. Il ‘terreno d’indagine’, pertanto, è spesso scivoloso e nel mio libro ho usato sovente molta prudenza al momento di trattare certe iscrizioni. Un esempio perfetto è il carme NUM 18 del mio catalogo: l’iscrizione appartiene certamente ad un retroterra pagano, però non è chiaro, data la sua natura frammentaria, se presenta o meno una qualche prospettiva ultramondana. A ragione di ciò, nel capitolo secondo del mio lavoro ho ascritto l’epigrafe ad un ‘quadro incerto’ al momento di considerare la presenza o meno di prospettive ultraterrene nei carmina funerari pagani del Nord Africa romano.
Mirko Tasso (Genova 1996) ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia Antica e Studi classici nel 2025 presso l’Università di Vienna, dove, dal 2021 al 2024, è stato anche ricercatore Prae-doc in seno al progetto ERC MAPPOLA-Mapping out the Poetic Landscape of the Roman Empire. Precedentemente, ha conseguito la Laurea Triennale in Lettere (2018) e la Laurea Magistrale in Antichità Classiche e Orientali (2020) presso l’Università degli Studi di Pavia, oltre al Diploma di licenza biennale di secondo livello in Scienze Umane presso lo IUSS (2021). Dal 2015 al 2020 è stato altresì alunno del Collegio Ghislieri di Pavia. Attualmente è Cultore della Materia presso l’Università degli Studi di Pavia, oltre che insegnante al liceo.


