A Pierluigi Tozzi la vita non risparmiò dolori. Chi l’ha conosciuto ricorda bene, congiunta a una cortesia di modi venuta d’altri tempi, quella sua serietà, quasi permalosa, di studioso solidamente convinto della qualità e del potenziale innovativo delle sue ricerche, che tuttavia trascolorava facilmente in una specie di malinconia compassionevole di sé, degli altri e (virgilianamente) delle cose: sunt lacrimae rerum.
Ma c’era pure stato un tempo in cui le cose l’avevano reso felice, di una felicità che veniva insieme dall’intelligenza e dal cuore. Fine degli anni Settanta, inizio degli anni Ottanta: nella cabina del piccolo Cessna ad ala alta, accanto al pilota – che era il nostro amico Gianvincenzo Pasquali, avvocato in Piacenza –, le carte dell’Istituto Geografico Militare dispiegate sulle gambe, assieme alle foto aeree belliche della Royal Air Force e a certe fotocopie che ne ricavava, tutte marcate di segni tracciati col pennarello evidenziatore, Tozzi – che aveva quei paesaggi lombardi e veneti stampati nella memoria col nitore medesimo delle amatissime incisioni di Luca di Leida o di Giorgio Morandi – orientava il volo imperioso e impaziente, ordinando la virata là dove opportuna a offrire, delle anomalie d’interesse archeologico, la più favorevole illuminazione a chi doveva fotografarle dal sedile posteriore.
In quei momenti, con quel modo di vedere le cose dall’alto – privilegio di un angelo in libera uscita da una prigione della terra (anziché dall’invisibile paradiso) –, soltanto allora sì, finalmente, le cose cessavano di lacrimare. Di più: le cose di un mondo sfocato – che un altro poeta amico di Virgilio dice “opaco” –, il disordine altrimenti insopportabile delle cose del mondo trovava, sotto quello sguardo liberatorio, una meravigliosa ricomposizione. Il bel reticolo della centuriazione romana, che riveste armoniosamente la corporeità del paesaggio; le cicatrici di fiumi non più esistenti e di fossi e canali cavati dall’uomo in epoche antiche e antichissime; la scacchiera delle bonifiche e degli insediamenti nella bassa pianura, là dove erano state paludi e lagune; il racconto visivo dei diluvia devastanti e dei ritorni tenaci alla civiltà dell’abitare: tutto, di lassù, gli sembrava trovare spiegazione e ricomposizione, tutto si riordinava infine nella durata lunghissima dei millenni.
Tout est grâce, “tutto è grazia”: in un’accezione che potrà parere (o forse no) differente, ci è venuta voglia di ripetere le parole estreme di un libro che non so se sia stato fra le letture congeniali a Tozzi: ma, in definitiva, anche i curiosi itinerari delle citazioni ci aiutano a ridisegnare il mondo.
Maurizio Harari


