Prima ancora che santo, Francesco d’Assisi è stato un poeta. Anzi, secondo il prof. Pietro Gibellini, è stato il primo vero poeta della letteratura italiana. Una tesi che nasce da un’attenta rilettura del Cantico delle creature, il testo che, a ottocento anni dalla morte del Poverello di Assisi, continua a parlare con sorprendente attualità al nostro tempo.
Il prof. Gibellini ce ne parla nel volume San Francesco poeta pubblicato da Ronzani Editore nella collana “Lezioni”, in uscita il prossimo 8 luglio: un saggio agile ma denso, nel quale uno dei maggiori studiosi della letteratura italiana invita a riscoprire Francesco non soltanto come figura religiosa universale ma come autore capace di inaugurare una nuova idea di poesia e, insieme, una nuova visione del rapporto tra uomo, natura e bellezza.
Già professore ordinario di Letteratura italiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia, presidente dell’Edizione Nazionale delle Opere di Gabriele D’Annunzio e condirettore delle riviste Ermeneutica letteraria, Letteratura e dialetti e Archivio D’Annunzio, il prof.Gibellini torna così a interrogare uno dei testi fondativi della nostra tradizione letteraria, il Cantico delle creature. «La straordinaria originalità e la personalità del santo hanno finito per far dimenticare la sua qualità di poeta, e di poeta originalissimo – osserva Gibellini – Francesco ha scritto poco e, quanto a poesia vera, un solo cantico di trentatré versi. Ma quel testo è il primo salmo cristiano composto in volgare ed è di una straordinaria modernità». Per il professore, la vera rivoluzione del Cantico consiste nello sguardo nuovo con cui Francesco osserva il mondo. «Rompe con una parte importante della tradizione medievale che tendeva a vedere nella materia qualcosa di negativo o da mortificare. Francesco presenta un creato bello, luminoso e utile. Anche rispetto ai Salmi biblici, ai quali pure si ispira, cambia radicalmente prospettiva: là viene celebrata soprattutto la potenza di Dio; qui emerge un Dio buono, che crea un mondo bello. Un Dio artista».
Una definizione che restituisce la modernità del pensiero francescano e che, secondo Gibellini, segna l’inizio della poesia italiana nel senso pieno del termine. «Prima del Cantico delle creature troviamo componimenti d’occasione, versi, ma non ancora poesia con la P maiuscola».
La forza del testo, tuttavia, non appartiene soltanto alla storia della letteratura. È anche la ragione per cui continua a parlare ai lettori del XXI secolo. «Francesco può essere considerato anche il fondatore dell’ecologia – spiega Gibellini -. La cura con cui guarda il creato come un patrimonio di bellezza e la fraternità che instaura tra l’uomo e tutte le creature sono elementi di straordinaria attualità. Chiama fratelli il sole e il fuoco, sorelle la luna, le stelle e l’acqua. È una visione che anticipa una sensibilità moderna verso la natura».
Accanto all’attenzione per l’ambiente emerge anche una sorprendente delicatezza nello sguardo rivolto al femminile. «Basta osservare gli aggettivi che dedica alla luna e alle stelle, “clare, preziose e belle”, oppure quelli riferiti all’acqua, “utile, umile, preziosa e casta”. C’è certamente un riferimento alla purezza dell’acqua, ma anche un profondo valore morale. La bellezza attraversa tutto il Cantico ed è uno dei suoi elementi più innovativi».
Non sorprende, allora, che questa voce abbia lasciato un’impronta profonda nella grande letteratura italiana. «San Francesco è piaciuto soprattutto ai poeti – ricorda Gibellini -. Naturalmente a Dante, al quale ho dedicato uno studio specifico, ma anche a D’Annunzio, che nutriva per lui un autentico culto pur conducendo una vita tutt’altro che francescana».
Dopo decenni di studi dedicati ai grandi autori della nostra tradizione, da Leopardi a D’Annunzio, confrontarsi con Francesco ha riservato allo studioso nuove sorprese. «Mi ha colpito la bellezza della sua semplicità – racconta -. Lavorando sul manoscritto ho cercato di leggere il Cantico come Francesco lo aveva immaginato: un canto destinato a essere cantato con accompagnamento musicale. Purtroppo la musica è andata perduta, ma questo era il suo destino originario».
Anche la lingua, osserva Gibellini, restituisce una straordinaria vicinanza con il presente. «Se eliminiamo alcuni latinismi grafici introdotti dai copisti, che spesso vengono ancora pronunciati impropriamente, scopriamo una lingua sorprendentemente moderna. Francesco non diceva cum tucte le tue creature, ma semplicemente con tutte le tue creature. È una poesia vicinissima a noi. E la sua modernità nasce proprio dalla semplicità».
Con San Francesco poeta, Pietro Gibellini offre così una rilettura che unisce rigore filologico e capacità divulgativa, restituendo al Cantico delle creature il posto che gli spetta: non soltanto tra i grandi testi della spiritualità cristiana, ma tra gli atti di nascita della letteratura italiana. Un invito a rileggere Francesco con occhi nuovi, scoprendo come, otto secoli dopo, la forza della sua poesia continui a illuminare il nostro presente.


