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Mostra su Zanardelli, l’omaggio di Brescia

Alcuni studenti passano per le aule di un collegio e lasciano il segno, cambiando la storia di un Paese. Giuseppe Zanardelli è uno di loro. Nato a Brescia il 29 ottobre 1826, dopo gli studi al Ghislieri partecipa attivamente ai moti del 1848 combattendo contro gli austriaci. Dal Collegio alla barricata, poi al Parlamento, al governo, alla storia del diritto italiano. E oggi, nel bicentenario della nascita, Brescia gli rende omaggio con una grande mostra che lo restituisce alla memoria collettiva in tutta la sua complessità.

Fino al 15 novembre 2026, Palazzo Tosio — sede dell’Ateneo di Brescia, Accademia di Scienze Lettere e Arti — ospita la mostra Giuseppe Zanardelli (1826-1903). Statista, giurista e uomo di cultura, curata da Roberta D’Adda e Valerio Terraroli e promossa dall’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Brescia, dal Comune di Brescia, dalla Fondazione Brescia Musei e dalla Fondazione Ugo Da Como.

Il percorso espositivo non si limita a un repertorio iconografico. L’iniziativa riflette sulla costruzione e sulla trasmissione dell’immagine di Zanardelli, mettendo in luce la costante compenetrazione tra dimensione politica e sfera personale, e fa emergere una personalità capace di intendere la cultura e il patrimonio come strumenti per l’educazione civile e per la formazione della coscienza collettiva, con un’attenzione costante al valore simbolico e pedagogico delle forme artistiche e monumentali.

Chi era, dunque, questo ghisleriano illustre? Conseguite due lauree in giurisprudenza prima a Pisa e poi a Pavia, negli anni Cinquanta si affermò come intellettuale, frequentando il salotto milanese di Clara Maffei e collaborando alla rivista “Il Crepuscolo”. Con l’Unità d’Italia entrò in Parlamento nel 1860, avviando una carriera politica ultraquarantennale che lo portò a essere segretario e poi, in tre sessioni, presidente della Camera. Figura di spicco della Sinistra storica, si distinse per competenza giuridica e impegno riformatore. Il suo lascito più duraturo resta il Codice Penale del 1889, passato alla storia con il suo nome: il “Codice Zanardelli” abolì la pena di morte e introdusse principi innovativi, tra cui il diritto di sciopero. Un atto di civiltà giuridica che l’Italia aspettava da decenni.
Dopo il regicidio di Monza divenne presidente del Consiglio nel 1901 e il suo governo, con Giolitti agli Interni, fu di svolta liberale, promuovendo politiche riformatrici: tutela del lavoro anche delle donne e dei bambini, primi elementi di progressività fiscale e attenzione al Mezzogiorno, ove personalmente visitò la Basilicata

La mostra restituisce anche la dimensione culturale e pubblica di Zanardelli. Il percorso espositivo si apre con un focus sul rapporto che lo legò allo scultore Ettore Ximenes (1855-1926), figura centrale nella definizione della sua immagine pubblica: i ritratti dello statista presuppongono una rappresentazione consapevole e costruita in cui gesto, postura e intensità espressiva traducono visivamente il suo ruolo politico e civile. Zanardelli fu anche un instancabile promotore della memoria risorgimentale: grazie ai suoi incarichi istituzionali, tra i quali la presidenza dell’Ateneo di Brescia, promosse l’esaltazione dei valori risorgimentali e la valorizzazione delle glorie bresciane, come dimostrano i monumenti oggi ancora presenti in città, come quelli dedicati a Moretto e ad Arnaldo da Brescia, eletto a simbolo della libertà di pensiero.

Non manca la dimensione più intima. La mostra include una selezione di volumi appartenuti alla sua biblioteca personale, composta da quasi ventimila libri, e si completa con la scrivania, la poltrona e il calamaio provenienti dalla villa di Maderno e con alcuni memorabilia: fotografie con dediche autografe di illustri contemporanei, immagini del celebre viaggio in Basilicata, lettere indirizzate all’amico Ximenes fino al ritratto di Eleonora Duse realizzato dal pittore Franz von Lenbach.

Una mostra che è anche un invito a riscoprire le radici di un’Italia che seppe costruire, mattone dopo mattone, le proprie istituzioni liberali. E che parte, tra l’altro, da qui: da Pavia, dal Collegio Ghislieri, da quelle aule in cui un giovane bresciano cominciò a formarsi come giurista, come pensatore, come uomo di Stato. Una formazione che avrebbe lasciato il segno su tutta una nazione. (Chiara Argenteri)