di ROBERTO LODIGIANI
«La biografia di Ghinaglia, tanto breve e brutalmente interrotta, incrocia momenti e problemi cruciali dell’Italia di un secolo fa, non solo la crisi del socialismo spazzato dal “vento della rivoluzione”, ma anche la Grande guerra e il primo dopoguerra. E’ il contesto di una stagione di intensa rivendicazione di diritti nel lavoro e di un vagheggiato riassetto della società, che sanasse povertà nuove e antiche, ma anche del decollo del fascismo squadrista, feroce rivoluzione preventiva che azzerò ogni dialogo e confronto politico». Così Elisa Signori, direttrice dell’Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Istoreco) riassumeva il senso e l’importanza della giornata di studi dedicata dal collegio Ghislieri al suo Alunno Ferruccio Ghinaglia in occasione del centenario del suo proditorio assassinio per mano fascista in Borgo Ticino, la sera del 21 aprile 1921.
Neppure 22enne (era nato a Casalbuttano, nel Cremonese, il 29 settembre 1899), Ghinaglia paga con la vita, primo martire “eccellente” delle crescenti violenze squadristiche, la sua militanza politica alla guida della federazione provinciale del Partito comunista, sorto nel gennaio del ‘21 a Livorno dalla scissione con il Psi (dove invece rimane l’altro ghisleriano Eugenio Pennati, autore di un commosso ricordo di Ghinaglia nel trentennale della morte). Molto amato dalla base, Ferruccio è l’unico, tra i dirigenti pavesi del neonato Pcd’I, «capace di tradurre in indicazioni politiche» le istanze dei giovani fuoriusciti dal partito socialista (Clemente Ferrario, Le origini del Pci nel Pavese).
Attorno a lui si crea un clima d’odio e di risentimento nutrito da chi, sul fronte opposto, non tollera il suo ascendente sugli strati più umili della popolazione e la capacità di leadership. Il giorno prima dell’agguato mortale, in Università, dove frequenta Medicina, Ghinaglia è avvicinato e minacciato da alcuni studenti, dopo che, la sera del 19, rivolgendosi a un gruppo di lavoratori durante una riunione in Borgo, li aveva incitati ad opporsi con ogni mezzo allo squadrismo nero. La tensione a Pavia in quelle ore è altissima. Al caffè Demetrio, viene aggredito e malmenato il deputato socialista Fabrizio Maffi, venuto in città per partecipare a un convegno medico sulla tubercolosi: nel suo rapporto, il prefetto Cantore scrive che Maffi si è rifiutato di associarsi al grido “Viva l’Italia”, declinando l’invito rivoltogli dall’avvocato Gigi Lanfranconi (sodale e braccio destro del ras lomellino Cesare Forni) e suscitando così la violenta reazione di un manipolo di energumeni. Maffi, che affronta con coraggio quegli esagitati, viene preso a pugni e schiaffi, trascinato con la forza alla stazione e costretto a prendere il primo treno in partenza.
La sera del 21, Ghinaglia partecipa alla Casa del popolo a un’assemblea della Lega proletaria mutilati, invalidi ed ex combattenti (da lui stesso fondata), quindi con alcuni compagni si incammina verso Borgo Ticino, dove deve prendere parte alla riunione dei soci di una cooperativa. Passato il Ponte coperto, il drappello di militanti comunisti viene attaccato con un nutrito fuoco di rivoltelle. Ghinaglia fa appena in tempo a incitare gli amici a non avere paura e un proiettile lo centra alla testa, freddandolo all’istante. L’impressione e lo sdegno suscitati dall’omicidio sono enormi. Grande la partecipazione ai funerali. Le orazioni funebri sulla tomba dello studente cremonese sono pronunciate, tra gli altri, dal sindaco socialista Alcide Malagugini (che da lì a un anno e mezzo sarà sfrattato a forza dal Mezzabarba per mano degli squadristi nei giorni della marcia su Roma), dal segretario della Camera del lavoro di Stradella, Mario Lanfranchi, dal segretario dell’Associazione studenti universitari pavesi, Carlo Armanini.
Le indagini avviate dalla questura portano all’identificazione e al fermo di tre persone sospettate del delitto, lo studente Luigi Dainotti, l’ex segretario del fascio cittadino Aldo Dagnoni e Giovanni Tessera, mentre una quarta risulta latitante. Il processo, celebratosi nel febbraio del ’22, in un’atmosfera segnata dall’avanzata sempre più irresistibile e violenta dello squadrismo, con lo schieramento antifascista ormai ridotto all’impotenza, si conclude però con un’assoluzione. Nel dopoguerra, getterà una luce definitiva sulla vicenda la rigorosa ricerca (basata sulla consultazione delle carte processuali e su testimonianze inedite), dell’avvocato pavese Peppino Sinforiani.
Ghinaglia fu, dunque, la prima vittima di spicco della guerra civile che si sarebbe scatenata tra il 1921 e il ’22 (il biennio nero), culminando nella marcia su Roma (28-29 ottobre 1922) e nella conquista del potere da parte di Mussolini e del fascismo. Un nemico “di classe” che – nella visione dei picchiatori neri – era meglio togliere di mezzo. Ragazzo del ’99, alla chiamata alle armi nel gennaio del ’18 comincia a frequentare la Scuola allievi ufficiali di Modena, da cui però i suoi superiori lo allontanano, a causa della lettera, intercettata dalla censura, all’amico cremonese Tarquinio Pozzoli (già in carcere a Perugia per “disfattismo”), in cui faceva professione di idee “sovversive”, socialiste e antimilitariste. Prosciolto per insufficienza di prove, viene arruolato in fanteria e inviato in zona di guerra come assistente medico, quindi in servizio presso l’infermeria presidiaria a Cremona. Il 20 gennaio 1920, dopo due anni sotto le armi, è congedato con il grado di sergente.
Alunno del Ghislieri dal 1917, Ghinaglia ha con l’istituzione una storia «inevitabilmente costellata di strappi e lacune, dovuti anzitutto al fatto che il palazzo del collegio venisse convertito a ospedale militare già il 24 maggio 1915 – spiega Elisa Signori – pur mantenendo la possibilità nominale di annoverare di anno in anno nuove matricole di cui finanziare gli studi». Giovane alla guida di un partito di giovani, coetaneo o quasi di «molti altri appassionati che avevano maturato una posizione critica nei confronti del Psi», come Luigi Longo, Giuseppe Dozza, Vittorio Vidali, Ghinaglia «nell’intricato scenario del primo dopoguerra si impegnò con la generosità e la passione dei suoi vent’anni – sottolinea Signori – votandosi da un lato allo studio della medicina, intesa come strumento di emancipazione e giustizia sociale, dall’altro percorrendo una traiettoria coerente dal pacifismo all’antimilitarismo, all’anelito rivoluzionario e all’intransigenza contro il nascente fascismo». Ecco, quindi, che la sua vicenda e l’assassinio per mano fascista rimasto impunito, «sono diventati simbolo e paradigmi della memoria dell’antifascismo».

