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In ricordo di Ezio Vanoni, economista e innovatore

Settant’anni fa, il 16 febbraio 1956, moriva a Roma un grande ghisleriano, l’economista Ezio Vanoni, ministro del Bilancio in carica. Aveva 53 anni ed era stato uno dei principali ricostruttori della patria dopo il disastro della Seconda guerra mondiale.

Nativo di Morbegno, in Valtellina, dopo il liceo era arrivato a Pavia per iscriversi all’Università come alunno del Collegio; nel 1925 si era laureato in Giurisprudenza discutendo una tesi dal titolo “Natura ed interpretazione delle leggi tributarie”. Docente di Scienza delle finanze e Diritto finanziario, era stato stato ministro del Commercio estero (1947), delle Finanze (1948-54), del Tesoro ad interim (1951-52; 1956) e del Bilancio (dal 1954). Si devono a lui la riorganizzazione degli uffici finanziari del dopoguerra e il ripristino della dichiarazione annuale dei redditi. Piano Vanoni è detto lo schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito (1955-64) elaborato da un gruppo di esperti su ispirazione dello stesso Vanoni e da lui presentato al parlamento nel 1955: fu il primo sistematico tentativo per superare la disoccupazione strutturale attraverso un razionale impiego del prevedibile aumento del reddito nazionale, che tuttavia mai venne tradotto in misure concrete di programmazione economica.

Tra i fondatori della Democrazia cristiana, Ezio Vanoni ha partecipato alla Resistenza e ha dato un notevole apporto alla redazione del cosiddetto Codice di Camaldoli (1944), fondamento della dottrina sociale del partito. Eletto senatore (1948-1956), al suo nome sono collegate alcune delle scelte fondamentali dell’Italia di De Gasperi, dall’opzione repubblicana all’apertura, economica e politica, al commercio internazionale.

Ezio Vanoni è sempre stato legatissimo al Collegio: “fedelissimo e devoto, nessuna carica di governo o di ragioni di Stato poteva tenerlo lontano dal convegno di San Pio” ricordava un suo grande amico degli anni ghisleriani, il luminare della medicina Piero Malcovati. Entrambi avevano conosciuto la Pavia universitaria del primo dopoguerra, “affollata da una strana e tumultuosa popolazione studentesca nella quale si incontravano e si confondevano la nostra generazione, poco più che adolescente, e la generazione dei goliardi reduci dalle trincee del Piave e di Vittorio Veneto. Il Ghislieri, appena riaperto agli alunni ex combattenti e di nuova leva, rispecchiava i singolari aspetti di quel mondo universitario: gioiose e scatenate esuberanze goliardiche e pensose contrastanti istanze spirituali e sociali animavano ed agitavano quella ristretta accolita di giovani, così vari per età, per temperamento, per esperienza di vita”.

Per Ezio Vanoni il Ghislieri fu “una grande palestra: l’incontro di personalità spiccate e diverse, la dialettica degli accesi dibattiti politici letterari teatrali, l’intenso ricambio intellettuale fra colleghi di diverse discipline, le avide letture fatte oggetto di stroncature e di discussioni, i contrasti ideologici accentuati dalla giovanile intransigenza, furono altrettanti elementi formativi di quella saggezza comprensiva e di quell’ampiezza di visione che caratterizzarono la sua personalità in tanta parte della vita pubblica”.

Il ricordo di Vera Negri Zamagni su L’Osservatore Romano