A Piero Gobetti, giovane intellettuale, editore e giornalista antifascista morto esattamente cent’anni fa, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio, a seguito delle conseguenze di una vile e violenta aggressione squadrista, è dedicato un incontro che si terrà lunedì 9 febbraio alle ore 17 nell’Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri.
L’iniziativa, ideata dal professor Ernesto Bettinelli (nella foto), è organizzata dal Collegio Ghislieri, dall’Istituto Pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, dalla Fondazione Maria Corti dell’Università degli Studi di Pavia, dal Centro Studi Guido Rossi e dal Centro Studi Piero Gobetti.
«In poche ore non si possono certo rievocare la figura e l’attività di Piero Gobetti, a cui i principali media stanno dedicando servizi e approfondimenti nella ricorrenza del centenario della sua scomparsa – spiega il prof. Bettinelli -. Sono stati programmati convegni e incontri promossi, in particolare, dal Centro studi Piero Gobetti di Torino. L’evento ghislieriano si inserisce in questo calendario diffuso per proporre qualche riflessione mirata sul patrimonio politico, culturale e morale che Gobetti ci ha lasciato. Insomma, si tratta di sollecitare e far ragionare la memoria collettiva. Non è un caso che abbiano aderito all’iniziativa istituzioni universitarie pavesi di assoluto prestigio il cui scopo è proprio quello di coltivare e incrementare i patrimoni di conoscenza e di valori dispersi o rimossi da quanti vorrebbero riscrivere o oscurare la storia del nostro Paese. L’antifascismo e i suoi più genuini interpreti sono da tempo sotto tiro».
Quando Gobetti morì non aveva ancora compiuto 25 anni. Una vita breve, la sua, ma straordinariamente piena…
«L’impegno culturale e politico di Gobetti si svolge nell’arco di 7 anni e pochi mesi dal 1918, quando a 17 anni fonda la sua prima rivista, “Energie nove”, al febbraio 2026, quando si trasferisce a Parigi, non tanto come esule perseguitato e massacrato dal fascismo, quanto con l’intendimento di trovare un luogo più consono per iniziative editoriali di dimensione europea. In questo periodo così breve è compreso anche il servizio militare di leva (dal luglio 1921 all’ottobre 1922) che Gobetti sceglie di adempiere per ragioni di irrinunciabile coerenza» .
In che senso?
«Gobetti considerava un ingiusto privilegio la facoltà accordata agli studenti universitari di rinviare la leva al termine degli studi e, pertanto, vi rinunciò. La parentesi militare di Gobetti non fu affatto felice. Valutava la caserma come “l’antitesi del pensiero”. Eppure tenne ai suoi commilitoni, pur scarsamente istruiti, una conferenza su Dante e il Medioevo».
Quali furono i suoi riferimenti culturali ?
«Gobetti fu particolarmente affascinato da Vittorio Alfieri per il suo vitalismo “ribelle”, per la forza della sua presa di posizione contro la tirannide: aveva aderito agli ideali rivoluzionari del 1789 in Francia, ma non accettò le degenerazioni giacobine degli anni successivi. Proprio da Alfieri Gobetti ricavò il motto che impresse sui libri da lui editi: “Che ho a fare io con gli schiavi?”. Iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza di Torino, si laureò discutendo, con Gioele Solari, una tesi su “ La filosofia politica di Vittorio Alfieri”. Che decise poi di pubblicare in 200 copie nelle sue edizioni. Altri autori, classici e contemporanei, riempirono gli scenari culturali e letterari di Gobetti, che privilegiava la “genialità”, anche quando i testi da lui editi erano assai distanti dal suo pensiero. Un’altra manifestazione di libertà e moralità» .
Uno dei nodi storiografici centrali nella biografia politico-culturale di Piero Gobetti, intellettuale liberale, è il suo rapporto con Antonio Gramsci, intellettuale comunista. Quali furono i punti di convergenza e quali le divergenze fra i due?
«Nel 1930, in uno dei suoi ultimi scritti (sulla “questione meridionale”), pubblicato a Parigi sulla rivista Lo stato operaio, Gramsci così si esprimeva: “Piero Gobetti non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato e non riusciva più a pensare astraendo da questo elemento. La sua caratteristica più rilevante era la sua lealtà intellettuale e l’assenza completa di ogni vanità e piccineria di ordine inferiore: perciò non poteva non convincersi come tutta una serie di modi di vedere e di pensare tradizionali verso il proletariato erano falsi e ingiusti…Egli si rivelò un organizzatore della cultura di straordinario valore… Egli scavò una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali più onesti e sinceri che nel 1919 – ’21 sentirono che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia… La figura di Gobetti e il movimento da lui rappresentato furono spontanee produzioni del nuovo clima storico italiano: in ciò è il loro significato e la loro importanza”».
Quali saranno i relatori dell’incontro al Ghislieri?
«Paolo Borgna, già magistrato, appassionato da sempre di storia contemporanea, si considera allievo di Alessandro Galante Garrone, su cui ha scritto un’importante biografia. È presidente dell’Istituto storico della Resistenza di Torino. Ersilia Alessandrone Perona è la principale studiosa di Piero Gobetti. I carteggi da lei curati hanno consentito di recuperare frammenti significativi della sua vita e delle sue opere. Franco Corleone (impegnato in politica e nelle istituzioni fin dagli anni ’70) è anche un collezionista “attivo” delle edizioni gobettiane. In occasione del centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, ha ripubblicato il saggio che Gobetti nel 1924 dedicò all’antifascista socialista».

