E’ stato Presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare dal 2011 al 2019, ha lavorato al Cern di Ginevra, attualmente è Senior Professor presso il Gran Sasso Science Institute (GSSI) a L’Aquila. Si occupa degli aspetti sperimentali della Fisica delle particelle elementari. È autore di alcune centinaia di contributi su riviste internazionali ed è stato membro di numerosi comitati scientifici nell’ambito della Fisica delle alte energie. Fernando Ferroni (1952), fisico di rilevanza centrale nel panorama italiano e europeo, sarà in Collegio, giovedì 16 ottobre alle 21, per una conferenza sul tema L’affascinante storia del lampo di raggi gamma, un appuntamento curato dall’alunna Maria Pia Penasa nell’ambito del ciclo La fisica svelata.
Professor Ferroni, cosa c’è di così affascinante nella storia dei raggi gamma?
«Intanto la storia della loro scoperta, fatta per caso e che è stata rivelata molti anni dopo: i raggi gamma nello spazio sono stati osservati per la prima volta negli anni ‘60 dalla costellazione di satelliti militari americani VELA, progettati per monitorare possibili test nucleari non autorizzati nell’atmosfera terrestre. Grazie a questi satelliti “non scientifici” si è però scoperto che i raggi gamma provengono da oggetti astrofisici molto lontani dalla Terra, sia nella nostra Galassia che al di fuori di essa. Nonostante siano stati studiatissimi, ancora oggi siamo a caccia di spiegazioni per cercare di capire in che modo i raggi lunghi e corti siano legati alle forme che hanno, con la speranza che i nuovi strumenti nello spazio o sottoterra possano fare totalmente luce sui misteri non ancora svelati».
Sono sempre più numerosi i cicli di incontri divulgativi sulla fisica, realizzati sia attraverso conferenze in presenza che online. Come mai?
«E’ uno sforzo che i ricercatori stanno compiendo da qualche anno: diciamo che il prodotto va venduto… e forse oggi siamo tutti più innamorati delle conseguenze positive che le conquiste della fisica hanno sulla nostra vita».
Ma i divulgatori devono essere esperti riconosciuti…
«Certo. Divulgare male fa molto male. E’ un problema grosso, che va affrontato in maniera seria anche nelle Università e negli enti di ricerca. La divulgazione è importante ma richiede una adeguata formazione: chi racconta al mondo le scoperte della fisica deve saperlo fare senza cadere nella trappola della semplificazione eccessiva, ma anche senza l’arroganza di chi parla senza porsi il problema di come farsi capire da chi ascolta».
Che futuro hanno i giovani fisici italiani?
«La laurea italiana in fisica è la migliore al mondo, l’unica alternativa valida è l’Inghilterra. Ma per dottorati e post dottorati la situazione è differente».
In che senso?
«Nel senso che dopo la laurea in Italia la situazione è un pasticcio e un’esperienza all’estero diventa quindi ineluttabile. L’ideale sarebbe formarsi un paio d’anni e poi riuscire a tornare in Italia. Ma è difficile. Diciamo che si fa fatica a pensare a un fisico che sventoli la bandiera italiana…». (daniela scherrer)

