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Architectura civil recta, y obliqua

Juan Caramuel Lobkovitz

Architectura civil recta, y obliqua

Vigevano, En la Emprenta Obispal por Camillo Corrado, Aio de MDCXLLVIII [1678]

Nella vastissima bibliografia dell’erudito e poligrafo madrileno Juan Caramuel Lobkowitz, la parte dedicata al sistema progettuale obliquo descritto nel suo Architectura civil recta y obliqua, considerada y dibuxada en el Templo de Jerusalen è senz’altro una delle più originali. L’opera, edita in lingua castigliana come ossequio alla casa regnante spagnola, si presenta come un poderoso trattato di architettura organizzato in tre distinti volumi, i primi due di testo e l’ultimo interamente dedicato alle illustrazioni (162 incisioni), definite lamine. Pubblicato a Vigevano in spagnolo nel 1678 e poco dopo nella versione latina (Templum SalomonisRectam et obliquam architecturam exhibens, 1681), il trattato di Caramuel si presenta come opera originale per la struttura inconsueta e per l’innovativo taglio multidisciplinare che lo contraddistingue, e rappresenta la sintesi conclusiva dei vasti interessi culturali e scientifici del suo autore. Caramuel stesso fa risalire il suo interesse per l’architettura obliqua addirittura al 1624, forse per avvalorare la novità della sua concezione, ma in realtà il trattato fu steso negli anni immediatamente precedenti la prima edizione. A fare da sfondo alla maturazione del sistema teorico obliquo ci furono il pensiero cartesiano (Caramuel fu l’unico studioso spagnolo dell’epoca in corrispondenza epistolare con il filosofo francese), il probabilismo (conosciuto grazie alla frequentazione degli anni napoletani dell’Accademia degli Investiganti) e le ricerche geometrico-matematiche che segnarono tutto il XVII secolo (la Architectura contiene persino un Tratado dedicato ai logaritmi). Questo tipo di riferimenti, insieme alle numerosissime osservazioni di carattere scientifico, avvicinano decisamente l’opera alla tradizione della trattatistica non italiana, compilazioni di eruditi che in genere dedicano uno spazio limitato alle considerazioni di tipo pratico. Il nuovo sistema di classificazione dell’architettura proposto da Caramuel, che si rivolge ad un pubblico di architetti colti o di committenti di grandi opere, è articolato in tre parti, che offrono un codice applicativo di principi universalmente validi:

1 – Architectura recta (l’architettura vitruviana): a una trattazione storica preliminare segue l’esposizione degli ordini, che a quelli classici aggiunge l’ordine Attico, il Gothico, l’Atlantico, il Mosaico e il Paranymphico.

2 – Architectura obliqua, il nucleo della teoria architettonica di Caramuel: un metodo per osservare sistematicamente e classificare gli elementi architettonici che si applicano a spazi curvi, finalizzato all’ambizioso obiettivo del raggiungimento di una architettura dalla perfezione quasi divina. L’autore, che ne rivendica orgogliosamente la paternità, la illustra nel breve Tratado VI attraverso la classificazione di fenomeni non facilmente integrabili per la loro anomalia nella teoria architettonica di derivazione vitruviana. Per Caramuel il problema si risolve in sede teorica: gli elementi architettonici in combinazione con configurazioni curve devono seguire il carattere “obliquo” di queste membrature, obiettivo che viene reso possibile da un particolarissimo sistema proiettivo di deformazione che permette la generazione degli elementi curvi. L’architettura obliqua predicata dal padre cistercense, che si integra nella tendenza barocca a porre una netta separazione tra l’essere e l’apparire, è fatta appunto di apparenze: in essa la realtà fisica degli elementi architettonici viene deformata perché l’occhio dell’osservatore possa invece percepire un insieme ordinato e simmetrico. Come risultato si avranno capitelli obliqui, colonne ovali, balaustre oblique, e via dicendo. Segue una breve storia dell’architettura obliqua, che Caramuel fa risalire a Caino, fondatore della prima città, Enochia, e addirittura a Dio stesso, che per creare il mondo utilizzò il sistema dei meridiani.

3 – Architectura natural: di essa si trova nel trattato solo qualche accenno nella parte introduttiva alla geometria e all’aritmetica. Un corposo manoscritto di Caramuel recentemente rinvenuto nell’archivio episcopale di Vigevano fa ritenere che in realtà il prelato spagnolo avesse intenzione di pubblicare un quarto volume del trattato incentrato sull’Architectura natural, di cui il manoscritto costituirebbe appunto la stesura preliminare.

Terminata l’esposizione delle parti dell’architettura, l’opera si completa con il Tratado VII, che illustra “alcune arti e scienze che accompagnano e adornano l’architettura” (con capitoli dedicati a pittura, scultura, prospettiva, fisiognomica, musica, astronomia e architettura militare); e con il Tratado VIII, il cui argomento è l’architettura pratica e che è suddiviso in quattro parti, dedicate rispettivamente alle “meraviglie del mondo”, agli edifici antichi e famosi, ai monumenti di Roma, ai monumenti della Spagna. La trattazione dedicata a S. Pietro contenuta nella terza parte suscitò accese polemiche, perché Caramuel vi sostenne che, nella progettazione della piazza, erano stati commessi gravi errori progettuali: causati in primo luogo, ovviamente, dal non aver seguito i principi dell’architettura obliqua. L’opera ebbe grande risonanza: per quanto limitate a considerazioni di carattere teorico, le sue idee eterodosse e originali richiamarono l’interesse di alcuni tra i più brillanti architetti dell’epoca. Se suscitò le critiche feroci del contemporaneo Guarino Guarini, se ne trovano però ancora numerosi ed ammirati riferimenti, in pieno Settecento, nelle opere di Ferdinando Galli-Bibiena, indubbiamente affascinato dalla trattazione degli elementi architettonici curvi.

L’AUTORE

Juan Caramuel Lobkowitz (Madrid, 1614 – Vigevano, 1682) è stato un vescovo cattolico, monaco cistercense, erudito, poligrafo, matematico e teologo spagnolo.

Nato da Lorenzo e da Caterina Frisse Lobkowicz, discendente della nobile famiglia boema dei Lobkowicz e imparentata con la casa reale danese, il giovane Juan ricevette dal padre, studioso di astronomia, la prima educazione letteraria e scientifica; fanciullo prodigio, ad appena dieci anni fu mandato all’università di Alcalá di Henares a studiare logica, filosofia, medicina e diritto civile ed ecclesiastico. Laureatosi nel 1629 entrò nell’ordine cistercense; fu poi all’università di Valladolid come lettore di filosofia e in quella di Salamanca ove si trattenne, fino al 1634, come lettore di teologia e prefetto degli studi. Creato priore dell’Ordine di Calatrava soggiornò a Lovanio (dove si laureò in teologia) e a Bruxelles. Nel 1638 ottenne l’abbazia di Disibodenberg, nel Palatinato e dal 1641 al 1643 insegnò teologia a Lovanio. Chiamato a Magonza come vicario arcivescovile, continuò comunque a spostarsi per l’intera Europa: fu ad Anversa, a Spira, a Frankendal, a Magonza, a Francoforte, a Vienna. Consigliere dell’imperatore Ferdinando III, fu eletto abate del monastero di Monserrato a Praga, dove per cinque anni fu vicario generale e si trovò a capeggiare la difesa della città durante l’assalto degli Svedesi del 1648. Recatosi a Roma nel 1654 come consultore della Congregazione del S. Offizio vi rimase fino al 1657, quando fu nominato vescovo di Campagna e Satriano nel Regno di Napoli. Qui fondò tra il 1657 e il 1660 una stamperia (dalla quale uscirono molte delle sue opere, in volumi con bei caratteri, frontespizi ornati, illustrazioni originali) ed ebbe modo di entrare in contatto con gli ambienti dell’università di Napoli e con l’Accademia degli Investiganti, di cui divenne uno dei rappresentanti più autorevoli. Nel 1673 fu nominato vescovo di Vigevano: nella tranquilla cittadina lombarda poté proseguire i suoi studi e dare alle stampe moltissime opere. Morì l’8 settembre 1682 e fu sepolto nel duomo di Vigevano.

Poligrafo compulsivo, fornito di un’erudizione sterminata lasciò, tra pubblicate (72) e manoscritte, più di 260 opere scritte in uno stile complicato e concettoso sui più disparati argomenti: retorica, astronomia, scienze naturali, teologia, grammatica, metrica, musica, filosofia, diritto, poesia mistica, storia, magia, alfabeti segreti. Conosceva ventiquattro lingue, dall’ebraico al cinese, per le quali compilò grammatiche e dizionari, e fu in attivo rapporto epistolare con i più famosi studiosi dell’epoca (Cartesio, Pierre Gassendi, Athanasius Kircher, ecc.). La sua produzione matematica è di un certo rilievo: si occupò tra l’altro, con successo, dei principi generali della rappesentazione di numeri con base diversa da 10 (in: Mathesis biceps vetus et nova, 1670) e di calcolo delle probabilità. Era un grande esperto di cabala e di architettura militare, ed ebbe tempo e modo di dedicarsi anche alla costruzione di automi.

Negli anni in cui fu vescovo a Vigevano, quindi in parallelo con l’ideazione e la stesura dell’Architectura civil, Caramuel diede una pratica esemplificazione delle sue teorie sull’architettura obliqua con quello che probabilmente fu l’unico progetto architettonico da lui realizzato. Si tratta della sistemazione della piazza Ducale e della creazione di una nuova facciata per la cattedrale, addossata alla preesistente struttura medievale. Qui il il rapporto esterno-interno è negato, e il trionfo dell’apparenza è totale: la facciata, concava, è a quattro assi, con quattro portali e quindi senza centralità; il portale di sinistra non porta all’interno della chiesa ma si apre sulla strada fiancheggiante il corpo della cattedrale. Il risultato finale è la simmetria perfetta della piazza, che trova proprio nella facciata curvilinea il suo scenografico compimento.