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Quattro domande per un quarto di secolo (II semestre)

Docente: dott. Beppe Severgnini, Giornalista

Programma:

1 La democrazia sta passando di moda?

Negli ultimi anni il voto in Europa è sembrato un segnale di scontento (Francia); una bocciatura (Regno Unito); un gesto di insoddisfazione (Germania); un continuo  esperimento (Italia). Negli Stati Uniti, un segnale di esasperazione: solo così si spiega la scelta di Donald Trump. Ormai votiamo in modo emotivo. Scarse informazioni, tante pulsioni; poca testa, molta pancia.

Presentando Nexus, il suo libro dedicato alle sfide dell’informazione, Yuval Harari ha detto: “La verità è dolorosa, scomoda, e alle persone non piacciono le cose scomode. Preferiscono seguire storie che le facciano stare bene, anche se non sono vere”. È così, purtroppo. I politici peggiori non vogliono informarci, preferiscono sedurci. I migliori ci provano, ma si scontrano con la nostra pigrizia, più insidiosa della diffidenza. Perché la diffidenza verso il potere è fisiologica. La pigrizia è patologica, sintomo inequivocabile di rapido invecchiamento civico.

Alle questioni complesse riserviamo una collettiva alzata di spalle.  “Qualcuno se ne occuperà…”, pensano in molti, senza neppure il coraggio di ammetterlo. Potrebbe andare così, in effetti. Qualcuno si occuperà di intelligenza artificiale, protezione dei dati, distribuzione delle risorse, lavoro, sanità, difesa, informazione.

Ma l’avremo eletto?

2 Quarant’anni a studiare gli italiani. Conclusioni?

“You put so much stock in winning wars,” the grubby iniquitous old man scoffed.  “The real trick lies in losing wars, in knowing which wars can be lost.  Italy has been losing wars for centuries, and just see how splendidly we’ve done nonetheless”  –  Joseph Heller, Catch 22

L’Italia suscita negli stranieri una stupefacente combinazione di attrazione e scetticismo, invidia e incomprensione, moderata disapprovazione e incredibile fascino.  C’è un modo italiano di affrontare la vita?  Forse sì, e in Italia lo conosciamo. Ma non ne parliamo volentieri, come se temessimo di rivelare un segreto nazionale.

Non è il modo migliore del mondo (ma esiste un modo migliore del mondo?). Resta tuttavia un modo interessante, che prevede aggiustamenti e consolazioni, tolleranza e fantasia. Negli ultimi decenni non ha prodotto governi impeccabili, economia ruggente, concordia civica; ma ha dimostrato una certa elasticità. E in tempi rigidi e complicati, l’elasticità è importante.

Nessun italiano è disposto ad ammetterlo, senza aggiungere una litania di lamentale. Ma ormai abbiamo davanti domande ineludibili. Cos’è diventata la nostra democrazia? Siamo pronti a difenderla? Siamo disposti a pagare istruzione e sanità pubblica, o le lasceremo affondare? Come affrontiamo l’inverno demografico, i grandi cambiamenti personali e familiari, i rapporti tra padri e figli, le relazioni di genere?

3 Quali sono i cinque grandi errori nella comunicazione?

Coloro che combinano discorsi difficili, oscuri, confusi e ambigui sicuramente non sanno affatto ciò che vogliono dire, ma hanno soltanto un’oscura consapevolezza che ancora si sforza di trovare un pensiero. Spesso però essi vogliono celare a se stessi e agli altri che in realtà non hanno nulla da dire.   –  Arthur Schopenhauer

La nozione di comunicazione viene dal latino tardo e medievale communicatio, l’atto di mettere in comune con altri, di trasmettere.  Uno può parlare e non comunicare (perché parla da solo in auto?). Uno può scrivere e non comunicare (non gli è partita la mail). Uno può stare su zoom e non comunicare (è in muto!). A noi però interessa chi parla/scrive/appare, non comunica e crede di farlo. Perché non comunica? Magari perché presuntuoso, confuso, noioso, inopportuno, irritante.

Comunicare è, prima di tutto, un esercizio di umiltà.  Parleremo di COME e non di COSA, ovviamente. Ma ricordate che la mancanza di forma pregiudica la sostanza:  le impedisce di uscire, di farsi valere, di ottenere risultati. Ecco il grande equivoco della comunicazione: non è un viaggio, è una destinazione. Se non arrivo, tanto valeva non partire.

I peggiori comunicatori sono i presuntuosi (“So le cose/ho tante idee, e basta così”. No, non basta). Spesso si nascondono dietro la difficoltà dell’argomento (pigri, oltre che superbi?) Seguono gli ingordi: non capiscono che comunicare vuol dire rinunciare.  Ma esistono almeno altre tre categorie di cattivi comunicatori da studiare con attenzione.

4 Come distruggere la propria carriera prima di averla iniziata?

Come distruggere la propria carriera prima di averla iniziata?  Bastano dieci, semplici mosse.

1.         Fingete (di essere quello che non siete, di sapere quello che non sapete).

2.         Spegnete il cervello (davanti a una domanda imprevista o a un problema nuovo). 

3          Siate superficiali (per esempio: riempite i vostri profili social di eccessi, sbronze e mutande).

4.         Fate i furbi (recitate una parte, posate, flirtate).

5           Ignorate le aspettative (c’è un motivo per cui vi offrono un lavoro, no?)

6.         Alzate la cresta (la superbia non paga).

7          Chinate la testa (la sottomissione nemmeno).

8.         Non fornite idee (da voi s’aspettano pensieri nuovi). 

9.         Siate imprecisi (fatevi ripetere le cose, rivelatevi inaffidabili e sciatti). 

10.       Seguite le mode (rovinano i movimenti più nobili).

Non occorre fare tutte queste cose: per fallire prematuramente, ne bastano due o tre.

Ore di lezione: 10

Calendario:
Venerdì 11 aprile ore 15.00 – 17.30
sabato 12 aprile ore 10.00 – 12.30
Venerdì 9 maggio dalle 17.00 alle 19.30
sabato 10 maggio dalle 10.00 alle 12.30
Aula Goldoniana

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