Letture ghisleriane – Rivolta e riforma in Collegio a fine Ottocento

Il 7 giugno 1885 uno studente, Giuseppe Pedrazzini, sale sul tetto del Collegio Ghislieri e strappa il tricolore esposto sul pennone per la ricorrenza della Giornata dello Statuto Albertino. È il modo in cui esprime la protesta di una parte di suoi colleghi, i quali cinque giorni prima avevano chiesto al Rettore Luigi Bertagnoni di poter onorare il terzo anniversario della scomparsa di Garibaldi esponendo la bandiera listata a lutto; pur membro attivo del Risorgimento genovese, Bertagnoni non aveva voluto né potuto accondiscendere alla richiesta, donde il gesto che scandalizza la città, l’università, il Regno.

Nel dare notizia dei fatti la settimana dopo, il quotidiano La Provincia Pavese definisce il Pedrazzini “radicale ardente e dichiarato”, secondo la vaga moda lessicale del momento. Il futuro sindaco di Milano Emilio Caldara, che entrerà come matricola in Ghislieri pochi anni dopo, darà di quell’atmosfera un quadro più specifico, spiegando che all’epoca “gli studenti più battaglieri si rifugiavano in un circolo radicale. Il Collegio Ghislieri dava, naturalmente, il maggior contributo al radicalismo, ma soprattutto a quella massa imbevuta di malcontento e di modernità, la quale, mentre si ribellava coraggiosamente a tutte le ingiustizie e a tutti i pregiudizi, non aveva ancora trovato la sua via in una forma concreta di lotta politica. Era la nebulosa primitiva, da cui dovevano uscire e lanciarsi per ogni dove tanti propagandisti del socialismo”.

Non ha torto, Caldara: gli anni della Sinistra storica costituiscono un periodo tormentatissimo della breve storia d’Italia, che sarebbe culminato nel regicidio del 1900. Lo studente Pedrazzini, dopo il suo più modesto gesto di ribellione, si dimette dal posto in Collegio quella stessa estate, poche settimane prima che il Consiglio d’Amministrazione ne determini formalmente l’espulsione; altri sessantadue alunni del Collegio, su ottanta, vengono sospesi per essersi rifiutati di deporre contro il compagno colpevole. Di quaranta di loro viene proposta l’espulsione per motivi politici, in quanto “confessi o sospetti radicali”, ma l’ipotesi tramonta rapidamente. Quanto al povero Rettore Bertagnoni, fiaccato nel corpo e nell’animo da una malattia, finisce addirittura per togliersi la vita quello stesso anno, si dirà a causa “delle intemperanze degli studenti”. Dopo di che, il Consiglio d’Amministrazione si dimette in massa e viene fatto arrivare da fuori Pavia un Commissario pro tempore.

Unitamente a una crisi economica dovuta a una poco accorta gestione delle finanze del Collegio, a Pavia e in Università si inizia a discutere se non sia il caso di chiudere il Ghislieri, trecentoventi anni dopo la sua fondazione, convertendo l’alunnato – in concreto, l’usufrutto di vitto e alloggio nel palazzo cinquecentesco al centro di Pavia – nel pagamento di borse di studio puramente monetarie agli studenti meritevoli. Per farlo, sarebbe bastata una decisione unilaterale del Ministro dell’Istruzione, il celebre Michele Coppino, grande riformatore della scuola, di per sé non ostile all’idea. Del resto a Coppino toccherebbe altrimenti nominare il nuovo Rettore, ruolo spinoso al quale, visti gli eventi, pare che pochi accademici ambiscano.

Non è stato così, per fortuna; ma quel lungo periodo di riflessione seguito al temerario gesto di Pedrazzini è stato utile a ridefinire in maniera decisiva la struttura e la missione del Ghislieri, portando a inizio Novecento all’estensione del concorso a studenti di tutta Italia e non solo lombardi; e, a lungo termine, a un sapiente bilanciamento (che dura tuttora) fra l’opportunità di poter fruire dei concreti servizi del Collegio e la creazione di borse di studio (premi di laurea, finanziamenti per soggiorni all’estero, e così via) il cui ammontare possa essere gestito autonomamente dagli studenti.

Nell’archivio della Biblioteca del Collegio si trovano preziosissime testimonianze di questo dibattito ottocentesco. Merita attenzione un libello – stampato dallo stabilimento tipolitografico della ditta Marelli, il cui negozio storico è ancora presente oggi nella strada principale di Pavia – che il 20 ottobre 1885 esce dalla penna di un ghisleriano laureato, l’avvocato Leopoldo Gilardelli. È un vivace dialogo con sé stesso riguardo a vantaggi e svantaggi della ventilata chiusura del Collegio, mitigato da “l’interessamento alla prosperità di Pavia, l’affetto che per dolci ricordanze mi lega al Ghislieri e la convinzione che di questo Istituto giovi e si debba conservare anche la forma attuale”, tutto imperniato sull’interrogativo fondamentale: “È conforme all’indirizzo dell’educazione moderna un istituto come questo?”.

Non ha dubbi sulla risposta: sì. Anzi, le idee di Gilardelli su come il Ghislieri possa essere migliorato con pochi accorgimenti che ne esaltino lo spirito hanno del visionario, fin quasi del profetico. “Basterebbe”, spiega anzitutto, “vietare la costituzione di qualsiasi circolo politico fra studenti salvo ad essi di pensare e discutere ciascuno a modo suo”, perché “l’alunno quale libero cittadino deve poter pensare ed agire liberamente”. Sbaglia chi ritiene che in Ghislieri ci siano “giovani ribelli a ogni disciplina”, chi sostiene che “la gioventù nostra è tutta scapigliata e priva di senso morale”, chi afferma che “a reggere il Collegio vorrebbesi un Colonnello, un soldato insomma che colla disciplina ferrea delle caserme tenga in freno i bollenti alunni”. Allo stesso modo l’errore nell’organizzazione del Collegio, scrive Gilardelli, è stato di accentrare nel Consiglio d’Amministrazione le scelte in materia di disciplina svuotando così di significato il rapporto fra gli studenti e i vari Rettori, “Rettori senza reggere niente”. La “missione vera del Rettore”, invece, sta nell’esercitare la “sapienza pedagogica”, ossia nel mettere in atto una “dominazione liberale” che “evita molte cause di dissidio e poscia eleva e purifica in maniera l’energia dei sentimenti, da diminuire la propensione alle trasgressioni”.

Al netto della retorica ottocentesca, Gilardelli propone che in concreto la gestione del Collegio si limiti allo stabilire gli orari dei pasti, vigilare sul profitto degli studenti, regolare il servizio della biblioteca, “curarsi che gli alunni convivano pacificamente e cioè rispettandosi fra di loro”. Lasciarli liberi è la chiave della convivenza felice e fruttuosa: “Tranne adunque le ore nelle quali gli alunni debbono nel comune refettorio prendere i pasti, e la notte, essi vivono affatto indipendenti dal Collegio, frequentando i corsi universitarii e passano le ore di libertà come e dove vogliono. Non parrebbe semplicissimo e facilissimo il reggere siffatto Collegio?”. E ancora: “Si esagera quando si afferma che è questa una Istituzione non conforme ai nostri tempi. Che vi ha di contrario alla libertà, alla dignità umana, al progresso, nel far alloggiare e nutrirsi ottanta giovani nella stessa casa? Tutto sta a non imporre agli alunni di chiudersi in Collegio appena sera, a non impedire loro che qualche volta frequentino i teatri e le famiglie, a non tenerli per così dire in clausura”.

Insiste inoltre che, lungi dall’invocare la chiusura del Collegio, devono essere i cittadini di Pavia a protestare per impedire la conversione dell’alunnato in borse di studio fruibili a distanza. La foga retorica lo porta a esagerare (“E soprattutto questa Pavia che invano fino ad ora si è augurata delle risorse industriali e trascina la sua vita povera e modesta ospitando maestri e studenti, si lascerà minacciare il più cospicuo Istituto, lustro e sostegno dell’Università a fianco della quale soltanto il nome di Pavia è tenuto in qualche considerazione?”) ma lo spinge a intuire che la ghislerianità è uno spirito che si esercita in maniera svincolata dall’effettiva routine dei corsi universitari in loco, e del tutto alieno alla comodità di frequentare l’Università a due passi: “Se altra Università, come non riescirà difficile, saprà meglio della nostra crescere in fama per più illustri docenti e per migliori mezzi di studio, nessuno oserà insistere perché a giovani distinti, come si presumono essere quelli del Ghislieri, sia tolto il vantaggio di accorrere là dove potrebbero compiere i loro studii con maggior profitto”.

Infine, dallo scritto di Gilardelli emerge una pagina che sembra essere stata scritta per illustrare oggi, con linguaggio antico, per raccontare in cosa consista l’esperienza ghisleriana: “Fatta alle tavole di Pio V la violenza della soppressione del Convitto, ogni altra sarebbe secondaria: il carattere distintivo, la sostanza per così dire di questo istituto, sta appunto nella convivenza dei beneficiati. Nel Ghislieri possono ottenersi tutti i beneficii della vita di Collegio, senza il benché minimo degli inconvenienti che si verificano in ogni altro Collegio.

“Tutti questi giovani, nel contrasto delle varie indoli, nella diversità delle inclinazioni, nella necessità di conciliare le rispettive esigenze avranno nel Collegio la vera scuola della vita sociale. Tutto ciò si verificherà non già per deliberato proposito dei giovani o per incitamento possibile con disposizioni regolamentari, sibbene naturalmente, conseguenza necessaria del convivere.  Il miglior successo delle indoli espansive, allegre, vivaci, generose trascinerà i melanconici, i serii, gli egoisti a imitar il loro esempio. Insieme passando le ore dei pasti e della sera in Collegio si genera quella intimità, quell’affezione che lega i giovani coi vincoli i più saldi, i più fecondi: si formano quelle amicizie che sono di conforto nelle sventure, di ajuto nelle difficoltà delle quali pur troppo non vanno immuni neppur i giovani, e d’altro canto raddoppiano la gioja nei momenti lieti della vita.

“Del resto è più facile intenderli, che esporli, i benefici che dal convivere traggono gli alunni del Ghislieri, e non si potrà mai sostenere che per quanto trovinsi lievi non bastino a compensare largamente quei piccoli svantaggi che per avventura si ponno riscontrare nella vita di Collegio”.

Grazie a un accordo con Google Books, sta venendo digitalizzato il patrimonio d’archivio della Biblioteca del Collegio Ghislieri, da cui deriva questo libretto di Leopoldo Gilardelli (Del Collegio Ghislieri, Marelli, 1885) fornito a Ghislieri.it dal dott. Alessandro Maranesi, bibliotecario del Collegio. Altro materiale riguardo a questo periodo cruciale della storia collegiale può essere rinvenuto nel capitolo Ottocento lombardo scritto da Gianmarco Gaspari nel volume Ghislieri 450. Un laboratorio d’intelligenze (Einaudi, 2017), a cura di Arianna Arisi Rota; e nel corposo saggio di Alberto Magnani, Contestazione studentesca e impegno politico nell’ambiente universitario alla fine dell’Ottocento. Il caso di Pavia, in “Rassegna storica del Risorgimento”, 1994; da lì derivano le dichiarazioni di Emilio Caldara. Una precedente puntata delle “Letture ghisleriane” su Ghislieri.it è stata dedicata alla Liberazione del Collegio dall’occupazione tedesca nel 1945.