Partì dalla Lombardia per esercitare la medicina. Finì alla corte dell’ultimo re di Birmania. La storia del ghisleriano Luigi Barbieri de Introini sembra appartenere a uno di quei romanzi d’avventura che l’Ottocento amava ambientare nei territori più lontani dell’Asia. Invece è una storia vera. Una storia di medicina, diplomazia, esplorazione e persino di notti trascorse con un fucile in mano mentre, fuori, una città precipitava nel caos.
Nato a San Colombano al Lambro il 10 dicembre 1847, Barbieri de Introini si laureò in Medicina a Pavia nel 1872 come Alunno del Collegio Ghislieri. Dopo le prime esperienze professionali in Lombardia la sua vita cambiò radicalmente quando si trasferì in Birmania, allora ancora un regno indipendente. Erano gli anni in cui i rapporti tra il Regno d’Italia e la Birmania si stavano intensificando e una piccola comunità italiana aveva iniziato a stabilirsi a Mandalay, capitale dell’ultimo sovrano birmano, re Thibaw.
In quella città lontanissima dall’Europa, Luigi Barbieri de Introini divenne una figura di primo piano: fu medico personale del re e della famiglia reale e, dal 1883-1884 svolse anche l’incarico di viceconsole italiano a Mandalay.
Ma conquistare la fiducia della corte non fu immediato. Per un intero anno, come raccontò egli stesso, la medicina occidentale dovette essere sottoposta a una sorta di prova. Il Consiglio degli astrologi e dei ministri volle infatti che il medico straniero curasse prima persone di “minore importanza” rispetto al sovrano. Solo dopo quel lungo apprendistato Barbieri poté avvicinarsi al re. Fu un rapporto di fiducia cementato dalla comune passione per la caccia e dall’avversione per l’alcol che sarebbe durato sette anni. Il medico lombardo raccontò quella straordinaria esperienza in Brevi cenni sulla Birmania, una relazione pubblicata nel 1891 dal Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, nella quale descrisse malattie, pratiche mediche, usi e costumi del Paese che aveva imparato a conoscere dall’interno. Raccontò che Re Thibaw, non avverso alla medicina degli europei, volle introdurre in Birmania la vaccinazione contro il vajolo e, prime, fece vaccinare le sue figlie. Si venne quindi nel tempo a creare un sentimento di reciproca fiducia e stima tra i due che si allargò anche alla moglie di Barbieri de Introini, Ida Bozzoni. che divenne a sua volta confidente della regina Supayalat.
Ma nel novembre 1885 la terza guerra anglo-birmana segnò la fine del regno di Thibaw e l’annessione della Birmania all’Impero britannico. Mandalay precipitò nel disordine. Barbieri de Introini lasciò la Birmania nel 1886 anche se non abbandonò mai completamente quel Paese. La sua esperienza orientale proseguì negli studi, negli interessi culturali e persino in una collezione di oggetti birmani che, attraverso la famiglia, è giunta in parte fino al Museo Popoli e Culture del Pime di Milano. Una ricerca dell’Università di Padova ha ricostruito la storia di questa raccolta, restituendole un posto significativo nella storia italiana del collezionismo di arte e cultura asiatica.
C’è anche un capitolo ulteriore, e sorprendente, nella biografia di questo medico viaggiatore. Tornato in Italia, Barbieri de Introini si interessò allo spiritismo e alla teosofia; il suo nome compare nelle cronache delle sedute della celebre medium Eusapia Palladino e nella storia della prima diffusione del movimento teosofico in Italia. Morì a Milano il 22 ottobre 1922.
Di lui restano pochi segni materiali, ma una vicenda capace ancora oggi di stupire: quella di un medico lombardo che attraversò il mondo e si ritrovò al centro della storia di un regno asiatico negli ultimi, drammatici anni della sua indipendenza.

Dintorni di Mandalay (Birmania), primavera 1885 – Momento di svago: al centro, seduto, Luigi Barbieri di Introini; a destra con un piatto in mano la moglie Ida Bozzoni (archivio fotografico PIME, Milano)

