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Perché scegliere il Ghislieri – La parola ai neolaureati

In occasione del quattrocentocinquantesimo anniversario della fondazione del Collegio Ghislieri, nel 2017, è stato chiesto un consuntivo della propria esperienza di alunni ad alcuni studenti allora in corso, ora impegnati in attività professionali e di ricerca in nuovi prestigiosi contesti. Le parole di questi giovani laureati sono il miglior incoraggiamento possibile a chi sta per tentare il concorso per l’ammissione nel prossimo anno accademico.

“Che la vita in Collegio influenzi il tuo futuro”, racconta Francesca Tuccari (di Messina, specializzata in filologia presso l’Università di Trento e insegnante), “quando partecipi al concorso per entrarci lo speri fortemente. Quando inizi a viverlo, invece, ne acquisisci pienamente la consapevolezza”. Dopo essersi laureata, continua, “avverto che qualcosa in me è cambiato e ho un po’ di nostalgia. Mi manca il caffè dopo pranzo durante la sessione d’esami per scambiare due chiacchiere con gli amici che ormai sono diventati come fratelli. Mi manca studiare assieme fino a tardi, perché equivale a sapere che c’è altra gente nel mondo che pensa sia bello studiare, perché sta investendo sul proprio futuro. Mi manca il Quadriportico perché la luna vista dalle panchine è bellissima. La vita in Collegio ha cambiato il mio modo di confrontarmi con gli altri, mi ha insegnato a capire cosa significa collaborare e quanto ti possa far sentire meglio la condivisione”.

Spiega Andrea Menozzi (di Reggio Emilia, attualmente dottorando in italianistica alla Normale di Pisa): “Quella del Collegio è stata l’esperienza indubbiamente più formativa del mio percorso. L’aura di fascino e di mistero che circonda un’istituzione così densa di storia, le cui mura hanno visto e intrecciato le vite di migliaia di studenti, non può che suscitare un senso di appartenenza che, silenzioso, si fa spazio nei ricordi di ogni ghisleriano. Credo che l’essenza del Collegio sia qualcosa di difficilmente afferrabile e trasmissibile; una materia rarefatta, alla quale si può attingere solo in parte, che risiede un poco in tutti noi, ma che è anche soggetta a continuo mutamento e ridefinizione di sé stessa, in ragione dei tempi e delle persone”.

Si dice “grata al Collegio” Giuliana Capece (di Potenza, medico chirurgo che al momento collabora a un progetto di ricerca sulla SLA presso la Fondazione Mondino di Pavia), “perché ha saputo rispondere al mio smarrimento di matricola intimorita con una calorosa accoglienza e ha saputo infondermi nel tempo un profondo senso di appartenenza; senso di appartenenza che il Collegio costruisce giorno per giorno, consentendo ai suoi Alunni di stringere nuove amicizie e mettersi a proprio agio con piccoli riti quotidiani e irrinunciabili abitudini. Io sento di appartenere a questa comunità, e questa consapevolezza si rafforza ovviamente in tutte le ricorrenze ufficiali in cui più generazioni di Alunni si incontrano; e, sorprendentemente, ogni volta che mi imbatto in un’immagine o in una parola che richiami il Collegio”. Poi aggiunge: “Confesso che sicuramente sentirà la nostalgia anche della statua di Pio V di fronte al Collegio. Fra cinquant’anni quella statua sarà ancora lì a salutare i collegiali di domani; io la saluterò con la stessa riconoscenza e lo stesso affetto dei collegiali di ieri”.

Della stessa idea è Nadia Marvulli (di Bari, attualmente anche lei medico chirurgo a Pavia dopo un’esperienza presso l’Addenbrooke’s Hospital dell’Università di Cambridge). “Per me il Collegio rappresenta una seconda casa a tutti gli effetti”, spiega, e per questo “ciò che manca di più è il senso di condivisione, degno di una vera famiglia, che si vie fra queste mura: dallo scatolone di appunti tramandato di anno in anno alle sere d’estate trascorse tutti in aula studio per sopravvivere all’afa pavese; dalle lunghe tavolate in mensa alle sfide postprandiali a calciobalilla in sala caffè”. Poi si rivolge “alla collegiale del futuro: non disperarti troppo quando la nebbia rende la visuale dalla finestra monotona. Le Tre Torri al tramonto valgono davvero la pena!”.

A Elisa Debernardi (di Biella, attualmente praticante avvocato a Milano) del Collegio mancano “i suoni: le grida dei ragazzi che giocano nel campo da calcio, il ticchettio della doccia al piano di sopra, la campanella della mensa, il suono delle ruote delle valigie la domenica sera. Le luci: quelle delle camere che, alla sera, vedevo spegnersi una auna, che aiutano a non sentirsi mai soli. I contatti: gli abbracci plateali e quelli più discreti, il sentirsi parte di un gruppo ed esserne genuinamente fieri”. Giovanna Mantica (di Varese, presso il cui ordine dei medici si è appena abilitata) rimpiange “le stagioni e le piccole cose che si portano dietro. L’autunno: quando il cielo è blu e il vento freddo porta alla mia finestra le voci dei compagni. L’inverno: quando, tornando dalle lezioni con il buio e la nebbia appiccicati addosso, salivo stanca  le scale e, come fosse la cosa più naturale del mondo, non andavo nella mia stanza ma in quella di un’amica. La primavera: il trovarsi in terrazza a bere il caffè, a studiare, a raccontarsi con il sole nel cuore a che punto si è della strada e dove si sta andando. L’estate: il chiacchierare seduti per terra in quel momento dell’anno – o della vita – in cui le giornate sembrano non finire mai”.

A Sara Canali (di Terni, attualmente Research and Teaching Assistant presso il Collège d’Europe di Bruges) mancano “la sensazione di stupore e di meraviglia che provavo ogni volta che rientravo e mi trovavo di fronte a quella bellezza severa che contraddistingue il Collegio, e la percezione di far parte di una grande famiglia, che nel tempo mi ha insegnato a fare di tutte le mie debolezze una grande forza”. Elisa Antonioli (di Cremona, praticante avvocato a Milano), invece, sostiene controcorrente: “La mancanza è assenza e non può essere assente qualcosa che è e sarà sempre con te, come lo sono i ricordi indelebili e le amicizie sincere. Si rimpiangono le occasioni che abbiamo perso, non quelle che abbiamo colto”.  

Una riflessione più filosofica tocca a Michele Stasi (di Perugia, attualmente dottorando presso la Technische Universität di Monaco di Baviera – Max Planck School “Matter to Life”): “Carichiamo il Collegio di significati. Ci sforziamo di elevarlo verso l’ideale e, in questo impulso romantico, ci dimentichiamo di dargli peso, ci dimentichiamo della materia, della quotidianità. Dimentichiamo che il Collegio Ghislieri è prima di tutto una struttura, un edificio. È un luogo dove si svolge la vita, ci si incontra, ci si lascia. E da quattrocentocinquant’anni è sempre lo stesso luogo: con variazioni circostanziali e accessorie, ma sempre lo stesso luogo, che accoglie un giorno e lascia partire quello successivo. Ogni anno cercherò di tornare, di ritrovare la comunità che tra quelle stesse mura è cresciuta e che a quelle mura dà vita e lustro. So che tra cinquant’anni quelle mura saranno ancora lì, insieme ai miei ricordi di esse e di chi con me e come me le ha vissute, perché la più grande caratteristica del Collegio è proprio la sua materialità, l’essere un punto fisso, un riferimento nello spazio e nel tempo, oggi come domani”.

Le versioni complete di questi interventi dei giovani laureati del Collegio Ghislieri, insieme ad altre testimonianze, si trovano nel volume Ghislieri 450. Un laboratorio d’intelligenze (Einaudi, 2017), a cura di Arianna Arisi Rota.