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L’impegno di Vincenzo Villani in ospedale a New York
Mentorship Committee

Il coinvolgimento dei nostri Alunni nell’impegno contro la pandemia è davvero globale, come dimostra la testimonianza che il dott. Vincenzo Villani ci rende dagli Stati Uniti d’America. “Dopo essermi laureato in Medicina e Chirurgia nel 2010”, racconta, “mi sono trasferito a Boston, dove per alcuni anni ho lavorato in un laboratorio di ricerca in immunologia dei trapianti della Harvard Medical School. Al momento, invece, sto completando l’ultimo anno di specializzazione in chirurgia generale al New York–Presbyterian Queens, un ospedale di comunità affiliato alla Cornell University”.

L’ospedale newyorchese in cui presta servizio il dott. Villani si trova in uno dei quartieri con più alto tasso di immigrazione e multiculturalità di tutti gli Stati Uniti. “Quando all’improvviso la pandemia ha colpito New York”, racconta, “nel mio ospedale siamo passati da otto pazienti positivi a più di duecento in soli cinque giorni. Tempo altre due settimane, e più del novanta per cento dei pazienti ricoverati erano positivi al Coronavirus, al punto che abbiamo dovuto provvedere alla cancellazione di tutte le operazioni chirurgiche a eccezione dei casi di assoluta emergenza”.

Quest’ondata di ricoveri ha, inevitabilmente, stravolto la routine professionale dei medici newyorchesi. “Per fortuna negli Stati Uniti parte della formazione in chirurgia prevede un periodo di training in terapia intensiva”, spiega, “e così tutti noi specializzandi in chirurgia siamo stati reimpiegati a lavorare nei vari reparti di terapia intensiva che venivano rapidamente creati per fronteggiare l’emergenza. Se in tempi normali il nostro ospedale ha all’incirca trenta posti in terapia intensiva, siamo immediatamente passati a più di cento, creati in quelle che normalmente sono sale di risveglio o di terapia sub-intensiva”.

“Prendersi cura dei pazienti è difficile”, ammette. “Dal punto di vista medico, non esiste ancora una vera e propria cura; ciò che ci limitiamo a fare in terapia intensiva è sostenere le funzioni vitali con i respiratori e la dialisi, sperando che il paziente riesca a recuperare prima che insorgano complicanze”. Ancor più complicato è prendersene cura dal punto di vista emotivo. “Si tratta di una situazione nuova che ci ha colto forse più impreparati emotivamente che dal punto di vista medico”, continua. “Il paziente tipico arriva in pronto soccorso con tosse e dispnea ma senza altri grossi problemi; nel giro di poche ore i livelli di ossigeno si abbassano pericolosamente e i pazienti devono essere intubati. Arrivano in terapia intensiva così, coi vestiti ancora addosso”.

Un dettaglio umano ha colpito in particolar modo il dott. Villani: “Spesso, fra gli effetti personali dei pazienti, c’è un cellulare con vari messaggi e chiamate rimasti senza risposta. Quel cellulare ti ricorda di come la vita di quella persona sia stata sconvolta dal virus in maniera così repentina. Da lì iniziano settimane di un calvario fatto di respiratori, anti-infiammatori, antibiotici, dialisi, ed è una lotta che il paziente deve affrontare in solitudine”. Come ha sopperito il New York–Presbyterian Queens a questo isolamento? “Gli aggiornamenti alle famiglie dei pazienti arrivano via telefono da parte di un medico che lavora in remoto (cioè che non è fisicamente presente all’interno della terapia intensiva) e che si fa carico di comunicare quotidianamente con le famiglie.  Ogni unità poi ha un iPad, su cui le famiglie possono videochiamare quando vogliono parlare coi propri cari. Questo, purtroppo, è stato l’unico supporto che abbiamo potuto offrire a dei pazienti in fin di vita: una videochiamata con la famiglia”. Non è facile mantenere la lucidità in una situazione del genere, confessa il dott. Villani. “Personalmente ho abolito i social media e le notizie, che non fanno altro che parlare di Coronavirus, visto che già me ne occupo per dodici ore al giorno. Sul lavoro cerco di mantenere un certo distacco e di focalizzarmi sugli aspetti tecnici della cura del paziente: in questo aiuta il fatto che la comunicazione con le famiglie sia gestita da una persona diversa”. C’è qualche spiraglio per la speranza? “Dopo settimane stiamo finalmente assistendo a una diminuzione dei nuovi ricoveri. Le nostre terapie intensive rimangono piene alla massima capacità ma, in lontananza, vediamo un possibile ritorno alla normalità. Poi, ogni volta che un paziente con Coronavirus viene dimesso, in ospedale gli altoparlanti passano Don’t stop believin’ dei Journey; io mi lamento di quest’americanata, ma dentro di me sono contento di sapere che c’è una persona in più che torna a casa”.