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Gadda in inglese, un’avventura del linguaggio – Intervista a Giuseppe Stellardi
The Edinburgh Gadda Prize

“Sul piano strettamente letterario e teorico, Gadda attrae i lettori stranieri proprio per l’unicità del suo stile, per la commistione di interessi letterari, filosofici e psicologici, come anche per la compresenza di una solidissima cultura classica e di dirompenti fermenti contemporanei (uno fra tutti, la psicoanalisi): queta difficoltà a categorizzarlo secondo le etichette dominanti risulta insormontabile ma anche decisamente seducente”, spiega Giuseppe Stellardi, il nostro Alunno Professore associato di Italiano all’Università di Oxford. Negli scorsi giorni ha tenuto la lezione inaugurale del grande convegno internazionale gaddiano organizzato dalla sua università e intitolato Editions, Translations, Transmissions. “That Awful Mess” of Carlo Emilio Gadda.

In occasione della pubblicazione online del video integrale del suo intervento, il prof. Stellardi parla con Ghislieri.it per approfondire alcuni temi relativi alla ricezione all’estero – non facile ma di sorprendente successo – di uno degli autori più stimolanti e complicati della nostra letteratura: “È stato un incontro di grande interesse perché ha fatto emergere approcci diversi, talvolta anche fieramente contrastanti, allo studio e alla diffusione dell’opera di Gadda; e perché ha messo a contatto due generazioni, una vecchia guardia di gaddisti di lungo corso e un nutrito gruppo di giovani studiosi assai entusiasti e agguerriti. Entrambi elementi che lasciano ben sperare per il futuro e per la vitalità degli studi su Gadda”.

“Senz’altro la partecipazione alla Prima guerra mondiale, che vide Gadda fervente interventista, è un aspetto della sua vita e della sua opera che suscita interesse, anche sull’onda del recente centenario”, continua il prof. Stellardi. “Purtroppo il Giornale di guerra e di prigionia – un testo privato fondamentale, benché incompleto, per la comprensione non solo dell’uomo ma anche dell’opera – non è ancora stato tradotto in Inglese ed è da sperare che lo sia presto. La cognizione del dolore tuttavia, il suo primo romanzo, è interamente pervaso del ricordo traumaticamente autobiografico della guerra, seppure attraverso il filtro dell’ambientazione immaginaria, della prigionia in Germania dopo la disfatta di Caporetto, e soprattutto della morte del fratello aviatore”.

A interessare all’estero è dunque anzitutto il Gadda, per così dire, politico: “Un altro motivo di interesse generale per il lettore anglofono è il rapporto complesso con Mussolini e col fascismo, che vide Gadda passare da un iniziale entusiasmo a una crescente disillusione politica nel corso del ventennio, accompagnata però – come provano gli articoli cosiddetti ‘tecnici’ – da un perdurante apprezzamento da parte dell’Ingegnere per gli avanzamenti promossi dal regime soprattutto nel campo dello sviluppo industriale. Il suo percorso intellettuale si conclude a ogni modo con la critica al vetriolo di Eros e Priapo”.

È recente l’uscita, in Inghilterra, di una nuova traduzione della Cognizione. Opera di Richard Dixon, traduttore aduso alle pagine di Calasso, di Eco, di Moresco, questa nuova edizione segna nel titolo stesso una differenza netta dalla tradizionale versione di fine anni Sessanta: non più Acquainted with Grief bensì un più letterale The Experience of Pain.

“In effetti il titolo (ma non l’orientamento generale) della nuova traduzione va in una direzione completamente diversa rispetto a quella del 1969. William Weaver – traduttore storico non solo di Gadda ma di tutta una generazione di scrittori italiani – aveva scelto il titolo inglese dietro suggerimento di Giancarlo Roscioni, il critico che insieme a Gianfranco Contini ha forse fatto di più per valorizzare l’opera di Gadda. La scelta era caduta su una splendida citazione biblica, da Isaia 53, 3: ‘He is despised and rejected of men; a man of sorrows, and acquainted with grief”. In Italiano sarebbe stato che conosce il patire. “Richard Dixon, optando per una traduzione più letterale e quasi anodina del titolo, ha consapevolmente rinunciato all’enorme risonanza del riferimento religioso, in favore di un approccio meno appesantito da un determinato retaggio culturale. In ogni caso il titolo originale resta intraducibile e direi che nelle due versioni non cambia la profonda consapevolezza dell’essenziale intraducibilità di Gadda, e conseguente coscienza dei limiti di ogni tentativo di traduzione. La nuova veste linguistica, nell’aggiornare il testo per un pubblico anglofono contemporaneo, non che ribadire la funzione di servizio svolta dal traduttore di Gadda: cosa che Weaver aveva sottolineato mezzo secolo fa e che Dixon ha ribadito al nostro convegno a Oxford”.

Non a caso, infatti, la lezione inaugurale del prof. Stellardi si è concentrata fra l’altro su un aspetto talvolta negletto dell’opera di Gadda: la narrativa come espressione di sfiducia nelle capacità del linguaggio di farsi latore della verità. “Questo è un tema estremamente complesso”, aggiunge, “che richiederebbe riferimenti a un ampio contesto di studi filosofici, linguistici e letterari. In sintesi direi che la scrittura di Gadda è energizzata dalla tensione fra estremi opposti: da un lato il movente lirico, e cioè il valore intensivo del linguaggio come portatore dell’ineffabile; dall’altro la dimensione barocca, enciclopedica, multiforme e plurilinguistica, che risponde alla percezione della complessità ingovernabile del reale quindi tende all’accumulo inarrestabile della scrittura e, in fin dei conti, alla totale saturazione della pagina. Si esprime, fra l’altro, nella digressione, nell’enumerazione infinita, nella tendenza compulsiva all’annotazione smodata”.

“Entrambe queste modalità, la lirica e l’enciclopedica, sgorgano forse dallo stesso senso di impotenza nel tentativo di adempiere a quella che per Gadda è la funzione fondamentale della scrittura: il dovere di verità. In mezzo a queste due impossibilità – è impossibile dire la parola vera ma è impossibile anche dire tutto – c’è lo spazio immenso, estetico e concettuale, dell’incredibile ricchezza e bellezza della prosa gaddiana. La stessa situazione tensionale si può riscontrare rispetto ad altre categorie su cui la critica si è esercitata: per esempio, la distinzione fra Gadda-espressionista e Gadda-narratore, o fra scrittura di finzione (narrativa) e scrittura di riflessione (filosofia), o ancora il talvolta pericolante discrimine fra tradizionalismo, modernismo e postmodernismo. Resta comunque importante”, conclude il prof. Stellardi, “non fare di Gadda un unicum senza alcun punto di contatto con la letteratura contemporanea. Al contrario, accurate indagini comparative possono rivelare straordinarie consonanze con scrittori che, in fatto di stile, non hanno con lui nulla in comune”.

Giuseppe Stellardi, ghisleriano dal 1975, è Professore associato di Italiano all’Università di Oxford e fellow del St Hugh’s College. Dopo la laurea a Pavia, ha accumulato varie esperienze di ricerca all’estero, da Parigi a Città del Capo. Il suo principale campo d’interesse è la temporalità nella letteratura italiana del XX secolo, tema che gli consente di spaziare dalla teoria letteraria alla filosofia continentale. Ha tradotto in inglese La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter; oltre alla curatela del monumentale Italo Svevo and the Legacy for the Third Millennium (con Emanuela Tandello Cooper, Troubador, 2014), fra le sue monografie ricordiamo Gadda. Grandezza e miseria della letteratura (Franco Cesati editore, 2006) e Heidegger and Derrida on Philosophy and Metaphor. Imperfect Thought(Prometheus, 2000).