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In memoria dell’ingegner Carlo Sabatini, Alunno del Ghislieri, genio dell’elettronica

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento a cura del Professor Maurizio Mori, docente di Filosofia morale e di Bioetica a Torino e Direttore della rivista “Bioetica”, in ricordo di Carlo Sabatini, ingegnere ed Alunno del Collegio Ghislieri. Mori fu compagno di Sabatini per tutto il liceo a Cremona.

Questo contributo è alla memoria dell’ingegner Carlo Sabatini, genio dell’elettronica morto prematuramente dopo breve malattia prima del Covid a Trieste, dimenticato. Carlo è stato mio compagno di classe al Liceo Scientifico “Gaspare Aselli” di Cremona dal 1965 al 1970, e come me era stato conquistato dal carisma umano del nostro Professore di lettere: Mario Piazzi, grande educatore! Carlo aveva una mente acuta, era di carattere schivo e aspro, ma tenace: integerrimo in tutto e a volte di un’ingenuità disarmante nell’affermare le opinioni tradizionali tanto da risultare un po’ “eccentrico”. Siamo rimasti amici per tutta la vita e in contatto fino a poco prima della sua morte, quando mi telefonò per dirmi che andava in ospedale per accertamenti di routine. Un’amicizia animata da infinite vivaci discussioni su tutto, tra cui l’aborto: lui pro-life convinto, io pro-choice.

A fine anni ’70 – primi ’80 Carlo era rappresentante italiano nel progetto europeo (con in testa i finlandesi della Nokia) che ha portato alla creazione del “cellulare”, di cui ha costruito il primo esemplare in Italia. Mi ha raccontato le tante difficoltà incontrate per arrivare al risultato: al di là degli ostacoli strettamente tecnici: non pochi, gli americani non credevano nel progetto e le resistenze erano tante ma proprio tante, perché agli inizi erano pochi ma proprio pochi a credere che il cellulare potesse avere successo. Ricordava che il primo cellulare da lui costruito pesava più di 2,5 kg. ma che da subito era sicuro che sarebbe diventato più maneggevole, così che, diceva, “ciascuno potrà andare in giro col suo telefono personale e essere sempre in contatto con gli altri!”.

Quando ancora i cellulari non esistevano mi parlava del progetto, e io lo ascoltavo tra l’ammirato e l’attonito. Una volta gli obiettai che non c’era affatto alcun bisogno di quell’ammennicolo, perché in casa tutti avevamo vari telefoni e fuori c’erano cabine telefoniche dappertutto. Avremmo dovuto far sparire tutto?! Com’era possibile? gli chiedevo meravigliato! E vuoi fare tutto questo stravolgimento in nome di una “comunicazione «a tutti i costi»”? Non era meglio accontentarsi della “comunicazione «naturale» ormai consolida- ta”? Allora non lo sapevo proprio, ma nel fare quell’obiezione non ero in cattiva compagnia se è vero che anche Umberto Eco (e dico: Umberto Eco!) nei primi anni ’90 disse che il cellulare sarebbe stato pressoché inutile: un oggetto solo per pochi ricchi eccentrici, alcuni grandi industriali e qualche importante manager ma nulla più! Non solo del cellulare non ce n’era bisogno, ma si diceva anche che era frutto di una cultura del superfluo e dell’effimero pronta solo a ostentare l’opulenza: un modello da contrastare con decisione perché in aperto contrasto coi canoni del bon ton e della sobrietà propri del paradigma di una della civiltà degna di questo nome e invalsa da secoli.

Carlo replicava che l’esigenza e la voglia di comunicare sono robustamente innervate nell’animo umano, e che la gente avrebbe apprezzato molto il poter parlare subito con gli altri: non si trattava affatto di “comunicazione «a tutti i costi»”, ma di ampliare le opportunità di un’esigenza umana. Sapeva bene che sinora quell’opzione non era disponibile per cui non ci si pensava affatto e anzi si pensava di non averne bisogno (o addirittura anche che dovesse restare al di fuori della nostra portata). Ma come capita in un ristorante in cui, dopo aver arricchito il menù, si provano nuovi piatti, così ove si fosse apprestata l’opportunità di comunicazione più rapida, dopo un’iniziale fase di attenzione le preferenze avrebbero premiato la rapidità della comunicazione. Quanto alle cabine telefoniche è vero: sarebbero sparite! Infine, circa l’argomento dell’opulenza superflua osservava che qualcosa di simile si era detto quando la televisione era passata dal bianco e nero ai colori, e tutte quelle resistenze sarebbero evaporate come la nebbia al sole. Su tutto ha avuto ragione, e oggi il cellulare è diventato strumento indispensabile della nostra vita.