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Le lettere dei Ghisleriani dal fronte durante la Prima Guerra Mondiale
A Pavia 'Da matricola a perfetto soldatino', gli studenti e la Grande Guerra

Il 1915 segnò una frattura epocale nella storia Ghislieri. L’edificio venne convertito a ospedale militare il 24 maggio, nel giorno stesso della dichiarazione di guerra, e rimase tale fino al gennaio 1920; non di minore rilevanza fu il cambiamento cui fu sottoposta la vita dei suoi studenti. “Su sessantacinque aventi diritto al posto in Ghislieri”, racconta la dott. Giulia Delogu, Alunna del Collegio e storica, “ben quarantadue divennero militari, venendo dislocati su tutti i fronti, da quello orientale alle colonie d’Africa. Sette furono feriti gravemente, fra cui Domenico Frassi che uscì provato nel fisico e nell’animo dai combattimenti sull’altopiano della Bainsizza dopo otto giorni senza cibo né acqua. Tre furono fatti prigionieri. Molti – i più nell’autunno 1919 – poterono tornare agli studi interrotti, anche se non senza difficoltà”. Diciassette studenti del Ghislieri morirono in guerra: Basilio Barbieri, Ernesto Bargiggia, Aldo Berlese, Luigi Bernini, Teresio Bertolotti, Eugenio Brambilla, Francesco Caglio, Lodovico Castiglioni, Augusto Conti, Luigi Fenini, Licinio Ferreri, Luigi Gianelli, Ferdinando Lisi, Eugenio Panzi, Edoardo Pedraglio, Emilio Pedrotti e Giuseppe Vacchelli.

L’archivio del Ghislieri custodisce lettere e cartoline che gli Alunni, dal rispettivo fronte, inviavano senza posa al Rettore del Collegio, Pietro Ciapessoni, che restando a Pavia fece da collante della comunità collegiale dispersa per il mondo. A queste testimonianze, unito ad altro materiale di varia natura, è dovuta la mostra Da matricola a perfetto soldatino, curata dalla stessa Giulia Delogu nel 2015. Da lì traiamo questa piccola antologia delle parole con cui i Ghisleriani, in un frangente tragico della storia e della propria vita, hanno saputo esprimere il senso della propria continua vicinanza al Collegio.

“Egregio Signor Dottore, la ringrazio della sua carissima lettera che dimostra tutta l’affezione che lei nutre per quanti in Collegio ebbero la fortuna di conoscerla e che a me particolarmente è giunta graditissima. Qui a Modena ci hanno ormai allenato al nuovo sistema di vita, certo molto diverso da quella del Collegio, ma il tempo e la buona volontà ci hanno abituato alla rigidezza e alle fatiche della nuova vita che affrontiamo con sana allegria. La famiglia ghisleriana è qui sparsa in varie caserme e suddivisa nelle venti compagnie, e ci riesce difficilissimo il trovarci nelle scarse ore di libera uscita: il trovarci insieme per un gruppo fotografico da inviare a lei e all’egregio signor Rettore sarà forse cosa impossibile. Da parte nostra faremo di tutto per non essere indegni del Ghisleriani che ci precedettero”. (Quirino Cernuschi, lettera al vice-Rettore Gian Battista Pozzi, Modena, 20 luglio 1915)

“Ill.mo Sig. Rettore, i miei superiori mi fanno sperare in una breve licenza verso i primi di novembre per dare qualche esame. E io ricorro subito alla sua gentilezza perché a suo tempo mi voglia far sapere, con una certa approssimazione, quando avrà luogo l’esame di Patologia Generale (prof. Golgi). Le do un bel disturbo, vero? Ma d’altronde non saprei a chi rivolgermi, per cui non mi resta che domandarle perdono della libertà che mi sono preso e anticipatamente ringraziarla”. (Vincenzo Devoti, cartolina a Pietro Ciapessoni, zona di guerra, 6 ottobre 1915)

“Amatissimo Rettore, finalmente posso darle mie povere notizie. Uscito dalla Scuola militare di Modena verso la metà del settembre scorso, insieme a molti cari amici del Ghislieri, fui destinato subito al fronte, e il 2 novembre scorso fui ferito da una scheggia di una bomba ad una mano, dal polso al braccio sinistro. Combattei sull’Altipiano di Doberdò in mezzo a fatiche e pericoli inenarrabili. Ora sono quasi guarito, sebbene il movimento della mano sia ancora imperfetto: a giorni lascerò l’ospedale per un po’ di meritata licenza. Se appena mi sarà possibile, volerò a Pavia a rivedere almeno il mio Collegio”. (Cleto Crosta, lettera a Pietro Ciapessoni, Ospedale militare di Gallarate, 2 dicembre 1915)

“Carissimo Signor Rettore, La ringrazio del delicato pensiero di mandarmi proprio una cartolina del cortile del Collegio. Quanti felici ricordi mi ha suscitato, ed insieme una profonda ormai rassegnata tristezza. Quei giorni lieti e spensierati non torneranno mai più, anche perché io ormai non sono più quello di allora”. (Eriberto Iuvalta, cartolina a Pietro Ciapessoni, zona di guerra, 28 gennaio 1916)

“Ill.mo Sig. Rettore, la vita, per quanto rude, dura anzi, non mi dispiace: solo mi assilla il pensiero che nel venturo anno non potrò frequentare la scuola né continuare i miei studi. E spesse volte penso nostalgicamente al Collegio ove ho passato l’anno certamente più felice di mia vita dopo una giovinezza di stenti e di sacrifici”. (Domenico Frassi, lettera a Pietro Ciapessoni, Brescia, 20 agosto 1916)

“Ill.mo Sig. Rettore, La ringrazio della gradita cartolina, e delle buone parole che Ella mi rivolge. Mi permetto dirle però che sono un pochino esagerate. Mentre ero a Verona, ebbi il piacere di mettermi sull’attenti davanti al carissimo dott. Emilio Barbieri; il nostro dialogo ci ricondusse ben presto ai bei giorni del Collegio, e Le inviammo i nostri doveri. Nelle lunghe ore di ozio leggo… meccanica razionale. Non ho la convinzione di sostenere l’esame, però…” (Palmiro Gallazzi, cartolina a Pietro Ciapessoni, zona di guerra, 17 settembre 1916)

“Egregio signor Rettore, riuniti nella stessa comoda baracca, subalterni della stessa batteria, due allievi del Collegio le mandano il loro pensiero e il loro saluto: fuori infuria la tormenta, e le dispense con la speranza di licenza per esami servono anch’esse a far scorrere le ore”. (Mario Calciati e Maffo Vialli, cartolina a Pietro Ciapessoni, zona di guerra, 7 marzo 1917)

“Nuovamente le prossime feste le passo lontano dai miei più cari luoghi di studio e di lavoro. Nostalgicamente ripenso al mio Ghislieri gioioso e operoso. Quando torneremo?” (Gino Castellini, cartolina a Pietro Ciapessoni, zona di guerra, 2 aprile 1917)

“Ill.mo Sig. Rettore, i grandiosi avvenimenti di questi giorni scuotono profondamente l’animo nostro, e ci aprono le più rosee speranze. I nostri sogni sono prossimi a realizzarsi, e non per nulla noi avremo ad essi sacrificato la parte migliore, la più fattiva della nostra gioventù. Ed ora dobbiamo ricominciare il lavoro della nostra educazione, dobbiamo abituarci nuovamente allo studio metodico, minuto… Sarà faticoso, specialmente all’inizio, ma con un po’ di buona costanza riusciremo a superare anche questa prova. Nel mese scorso avevo iniziato un ripasso, ma ora l’animo è troppo teso, ed è impossibile fissare il pensiero su una sequela di numeri e cifre. Ma ricominceremo!” (Palmiro Gallazzi, lettera a Pietro Ciapessoni, Mantova, 27 novembre 1918)

“Ill.mo Signor Rettore, dopo parecchio tempo di angosciosa attesa eccomi finalmente libero da obblighi militari e ritornato alla vita civile. Il Collegio apre quest’anno? Quando?” (Domenico Frassi, lettera a Pietro Ciapessoni, 19 settembre 1919)